Cina e Iran rafforzano la loro partnership grazie al commercio di petrolio, sempre più fiorente tra i due Stati.
Nel dettaglio, le importazioni cinesi di greggio iraniano hanno raggiunto livelli massimi nel 2023, con la Repubblica islamica che ha aumentato la produzione nonostante la minaccia di ulteriori sanzioni statunitensi. I falchi di Washington chiedono che l’amministrazione del presidente Joe Biden inasprisca le ritorsioni sul commercio di greggio di Teheran come punizione per il suo sostegno a Hamas, il gruppo militante dietro gli attacchi che hanno innescato l’attuale conflitto con Israele.
L’Iran, intanto, ha esportato petrolio a livelli record negli ultimi mesi, tanto che si sta avvicinando ancora una volta al terzo posto tra i produttori dell’OPEC, e la stragrande maggioranza dei suoi barili – ben oltre il 90% – è diretta alla seconda economia mondiale.
I fatti sembrano dimostrare che la sfida Usa per nuove misure e per un’applicazione più rigorosa delle sanzioni farà fatica a ridurre la principale fonte di reddito della Repubblica islamica, grazie all’appetito della Cina per il greggio scontato. Non solo, trader, analisti e dirigenti dell’industria petrolifera descrivono l’esistenza ormai di reti di pagamento e di trasporto ampliate e sofisticare, che gli Stati Uniti non possono raggiungere.
Cina-Iran più vicine grazie al petrolio. Quanto greggio di Teheran compra il dragone?
La Cina, il più grande importatore di greggio al mondo e il principale cliente dell’Iran, ha acquistato in media 1,05 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio iraniano nei primi 10 mesi del 2023, secondo i dati di tracciamento delle navi di Vortexa riportati da Reuters. Si tratta del 60% in più rispetto ai picchi pre-sanzioni registrati dalle dogane cinesi nel 2017.
Le importazioni sono cresciute quest’anno dopo che Teheran ha aumentato la produzione e offerto forti sconti.
La produzione iraniana di ottobre è salita a 3,17 milioni di barili giornalieri, secondo un sondaggio Reuters, il più alto dal 2018, quando Washington ha reimposto le sanzioni all’Iran. Si stima che le importazioni cinesi di ottobre dall’Iran abbiano raggiunto circa 1,45 milioni di barili al giorno, un record assoluto mensile.
Le gigantesche raffinerie statali Sinopec e PetroChina un tempo erano i principali clienti dell’Iran, con investimenti nei giacimenti petroliferi del Paese. Tuttavia, hanno smesso di prelevare il petrolio iraniano dalla fine del 2019, dopo che l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reimposto le sanzioni sulle esportazioni di greggio di Teheran.
Inizialmente le sanzioni hanno portato a un forte calo dei flussi verso la Cina, ma i volumi sono aumentati poiché oggi sono le raffinerie indipendenti a gestire gli acquisti.
Secondo i commercianti cinesi, la maggior parte delle oltre 40 raffinerie cinesi indipendentilavorano il petrolio iraniano. Queste hanno poca esposizione al sistema finanziario globale basato sul dollaro e non hanno bisogno di cooperare con le aziende occidentali in campo tecnologico. Si ritiene che la maggior parte delle transazioni vengano pagate in valuta cinese.
Perché gli Usa non fermeranno il commercio di perolio Iran-Cina
Quasi tutto il petrolio iraniano che entra in Cina è noto come proveniente dalla Malesia o da altri Paesi del Medio Oriente.
Il petrolio viene trasportato soprattutto da cosiddette “flotte oscure” composte da vecchie petroliere che in genere spengono i loro transponder durante il carico nei porti iraniani per evitare di essere scoperti.
Altre tattiche utilizzate da tali navi includono la falsificazione di posizioni e la conduzione di operazioni in luoghi al di fuori delle zone di trasferimento autorizzate, talvolta in condizioni meteorologiche avverse per nascondere le attività, sollevando timori tra le nazioni per il potenziale inquinamento.
Secondo Vortexa e Kpler, queste navi a volte diventano tracciabili tramite satelliti vicino ai porti dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti e soprattutto della Malesia, un importante hub di trasbordo, prima di scaricare i carichi principalmente nei porti della provincia cinese di Shandong.
In questo scenario, il segretario al Tesoro americano Janet Yellen aveva affermato all’inizio della guerra che erano possibili nuove misure contro l’Iran. Nonostante i rischi inflazionistici che deriverebbero dalla stretta alla produzione di greggio simultanea di Russia e Iran in vista delle elezioni, Biden potrebbe dover aumentare la pressione. Non è chiaro, però, se Washington possa effettivamente fare molto per contrastare gli acquisti cinesi.
“Il commercio è molto sofisticato, con molteplici intermediari, il che rende molto più difficile per gli Stati Uniti sanzionarlo. Gli Stati Uniti possono colpire le aziende che sono più pubbliche o evidenti nei loro rapporti con l’Iran, ma molti di questi intermediari sono piccole entità”, ha affermato Homayoun Falakshahi, analista petrolifero senior presso il gruppo di dati e analisi Kpler.
“È difficile sapere a chi inseguire. Gli Stati Uniti possono sanzionare le raffinerie e persino le compagnie petrolifere nazionali come Sinopec, ma ciò creerebbe più di un problema politico in mezzo a relazioni già tese”, ha aggiunto.
Per esempio, le sanzioni contro le aziende di Singapore e della Malesia all’inizio di quest’anno per il loro ruolo nel facilitare la vendita e la spedizione di petrolio e prodotti petrolchimici per milioni di dollari per conto di una società con noti collegamenti con l’Iran, hanno fatto ben poco per intaccare il commercio con la destinazione finale, la Cina.
“Il commercio con la Cina è probabilmente qualcosa che gli Stati Uniti faticherebbero a chiudere del tutto”, ha affermato Raffaello Pantucci, ricercatore presso la Scuola di Studi Internazionali S. Rajaratnam di Singapore.
Pechino, inoltre, utilizza da tempo istituzioni finanziarie più piccole come la Banca di Kunlun – un canale cinese chiave per le transazioni con l’Iran – per facilitare questo commercio e limitare l’esposizione di entità più grandi con legami commerciali internazionali.
Più recentemente, gli importatori cinesi hanno beneficiato dello sviluppo di un’alternativa basata sullo yuan alle stanze di compensazione occidentali: una piattaforma nota come CIPS, Cross-Border Interbank Payments System, lanciata dalla banca centrale per regolare i crediti internazionali.