La competizione industriale tra Cina ed Europa viene spesso letta attraverso la lente dei volumi produttivi, ma i dati degli ultimi anni suggeriscono che questo approccio è fuorviante se l’obiettivo è valutare la redditività delle imprese e, quindi, le opportunità per gli investitori. Dal 2022 a oggi si è infatti aperta una divergenza netta tra le due aree, che non riguarda tanto la capacità produttiva quanto la dinamica dei prezzi e degli utili.
Ne parla Gavekal Research in un’interessante ricerca che qui sintetizziamo. Le aziende industriali europee hanno registrato un forte miglioramento della redditività. Gli utili per azione sono passati da circa 15 a 24 dollari, accompagnati da un incremento degli utili complessivi e da margini rimasti stabili intorno al 7,5%. Nello stesso periodo, le imprese cinesi hanno visto gli utili per azione scendere fino a circa 11 dollari, con un calo anche degli utili aggregati e una compressione dei margini al 5,3%. Questa divergenza si riflette chiaramente anche nella performance azionaria, con l’Europa che ha sovraperformato in modo significativo.
La spiegazione principale sta nel comportamento dei prezzi. In Cina, l’espansione della capacità produttiva, sostenuta dalla politica industriale e dall’orientamento all’export, si è scontrata con una domanda interna debole, condizionata dalla crisi del settore immobiliare e da un mercato del lavoro meno dinamico. Il risultato è stato un contesto deflazionistico generalizzato, con prezzi industriali in calo e un crollo dei prezzi all’esportazione. In queste condizioni, l’aumento dei volumi non è sufficiente a sostenere i ricavi e i margini.
In Europa, al contrario, il contesto macroeconomico è stato più favorevole alla formazione dei prezzi. L’uscita da un lungo periodo di deleveraging, una politica fiscale più orientata agli investimenti e lo shock energetico del 2021-2022 hanno contribuito a creare un ambiente più inflazionistico. Questo ha permesso alle imprese di trasferire almeno in parte l’aumento dei costi sui prezzi finali, preservando i margini anche in presenza di una crescita dei volumi più contenuta.
Un ulteriore elemento di differenziazione riguarda la struttura dei ricavi. Le imprese cinesi dipendono in larga misura dal mercato nazionale, che rappresenta circa l’85% del fatturato, e quindi risentono direttamente della debolezza interna. Le aziende europee sono invece molto più diversificate geograficamente, con una quota significativa dei ricavi proveniente da Stati Uniti e mercati emergenti, che offrono condizioni di domanda più favorevoli.
Va poi considerato il ruolo delle importazioni cinesi a basso costo. Se da un lato queste rappresentano una pressione competitiva per alcuni produttori europei, dall’altro costituiscono un vantaggio per molte imprese che utilizzano input intermedi importati per produrre beni a maggiore valore aggiunto. In questo modo, i bassi prezzi cinesi contribuiscono indirettamente ad aumentare i margini delle aziende europee.
Infine, una parte rilevante della redditività industriale europea è sostenuta da settori meno esposti alla concorrenza internazionale, in particolare difesa e aerospazio. Questi comparti hanno beneficiato di una forte crescita degli utili e sono protetti da barriere politiche che rendono improbabile l’ingresso di operatori cinesi. Allo stesso tempo, i programmi pubblici europei in ambito infrastrutturale e energetico tendono a favorire fornitori locali, rafforzando ulteriormente il posizionamento delle imprese del continente.
In questo contesto, anche un eventuale aumento dei prezzi dell’energia, legato alle tensioni geopolitiche, rischia di amplificare queste dinamiche. In presenza di una domanda interna ancora debole, le imprese cinesi avrebbero maggiori difficoltà ad assorbire costi più elevati, mentre quelle europee mostrano una maggiore capacità di trasferirli sui prezzi finali.
Il quadro complessivo è quindi quello di una Cina forte nei volumi ma sotto pressione sui prezzi e sui margini, e di un’Europa che, pur con una crescita più moderata, riesce a generare maggiore redditività. Per gli investitori, una indicazione importante, dato che nel medio periodo, la capacità di fare utili conta più della quantità prodotta.