Chi spera nel contratto a tempo indeterminato rischia di attendere a lungo

Simone Micocci

24 Gennaio 2023 - 11:49

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Contratti a tempo determinato più lunghi e rinnovi facilitati? Ecco perché il posto fisso può attendere.

Chi spera nel contratto a tempo indeterminato rischia di attendere a lungo

Chi aspetta con ansia una proposta di lavoro con contratto a tempo indeterminato rischia di dover attendere ancora a lungo. In questi mesi, infatti, il governo ha preso una serie di decisioni che potrebbero limitare le opportunità di un contratto a tempo indeterminato (si pensi ad esempio al ritorno dei voucher), ultima della quale quella che potrebbe rivedere le attuali regole per il contratto a termine.

Le norme sui contratti a tempo determinato sono state riviste dal Decreto dignità del 2019, quando al ministero del Lavoro c’era Luigi Di Maio. L’ex leader del Movimento 5 stelle riteneva che riducendo la durata dei rapporti a tempo determinato, come pure limitando le possibilità di rinnovo ad alcuni casi particolari, aumentassero le possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato.

Di diverso parere l’attuale ministra del Lavoro, Marina Calderone, la quale - sulla scia di quanto dichiarò Mario Monti riguardo al posto fisso, definendolo “una noia” - ritiene che il contratto a termine non vada demonizzato. Ragion per cui presto le regole su rinnovi e durata massima dei contratti a tempo determinato potrebbero essere riviste, allungando così i tempi di attesa per il passaggio all’indeterminato.

Contratto a tempo determinato, cosa è cambiato con il Decreto dignità

Prima di vedere quali novità ci attendono nel prossimo futuro, è bene fare un passo indietro ricordando cosa è cambiato per i contratti a termine con l’entrata in vigore del Decreto dignità.

Nel dettaglio, il decreto n. 87 del 12 luglio 2018 ha stabilito che la durata massima di un contratto a tempo determinato deve essere di 12 mesi, con la possibilità di rinnovo fino a 24 mesi solamente in presenza di una delle seguenti condizioni:

  • esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività;
  • esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  • esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

Fra gli stessi soggetti è comunque autorizzata la sottoscrizione di un ulteriore contratto a tempo determinato della durata massima di 12 mesi, ma solo presentandosi presso la sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, avvalendosi così della cosiddetta deroga assistita.

Per chi non rispetta le regole è prevista una sanzione chiara: quando viene superata la durata di 12 mesi, e in assenza delle condizioni che giustificano il rinnovo fino a 24 mesi, il contratto a termine si trasforma automaticamente in contratto a tempo indeterminato.

Contratti a termine, le novità annunciate dalla ministra Calderone

Il Decreto Dignità poggia sulla convinzione che negli anni ci sia stato un abuso di contratti a termine, a scapito dei contratti a tempo indeterminato. Con lo scopo di tutelare i lavoratori e dar loro maggiori certezze per il futuro lavorativo si è quindi cercato di rendere più complicato il ricorso al contratto a tempo determinato, con la speranza che ciò potesse portare a un incremento dei posti fissi.

Tuttavia, almeno secondo quanto rilevato dalla Fondazione studi Consulenti del lavoro, il Decreto dignità ha avuto l’effetto opposto. Prendiamo come esempio il periodo pre pandemia: da luglio 2018 a giugno 2019 c’è stato un incremento di 338 mila posti fissi, ma nell’anno precedente - quando erano in vigore le vecchie regole che consentivano il contratto a termine fino a 3 anni - l’aumento era stato di 420 mila unità.

A ritenere che il Decreto dignità non abbia funzionato come avrebbe dovuto c’è anche la ministra del Lavoro, Marina Calderone, la quale nel corso del 6° Forum nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili, organizzato da ItaliaOggi, ha dichiarato che in alcuni casi i contratti a tempo determinato sono un’opportunità.

Credo che si parta da un assunto sbagliato: considerare la flessibilità come precarietà. Credo che esista una flessibilità che come tale è necessaria, perché consente a imprese e lavoratori di uniformarsi alle situazioni di mercato. E poi ci sono norme flessibili che vengono male utilizzate.

Ha poi aggiunto che non bisogna dare una lettura negativa al contratto a termine, ritenendolo erroneamente “una forma di precarizzazione del mondo del lavoro”.

Ovviamente bisogna contrastarne gli abusi, ma qualora sia possibile utilizzarlo in modo sapiente rappresenta un valido aiuto per la costruzione delle carriere. Bisogna considerare, infatti, che il mercato del lavoro è cambiato ed è sempre più caratterizzato da una certa dinamicità (basta guardare al boom delle dimissioni di quest’ultimo periodo), ragion per cui avere una serie di lavori diversi non deve essere visto come un male in quanto rappresenta un valido aiuto per “crescere professionalmente”.

Per questo motivo ci saranno presto modifiche al Decreto dignità, con l’obiettivo di “mettere in condizione lavoratrici e lavoratori, appena un contratto finisce, di accedere a nuove offerte di lavoro in tempi brevi”.

Quali modifiche?

A essere oggetto di revisione saranno perlopiù le clausole che permettono il rinnovo del contratto a tempo determinato fino a 24 mesi.

Ad esempio, così com’è stato fino al 30 settembre scorso - novità introdotta durante la pandemia - il rinnovo potrà essere effettuato anche per “specifiche esigenze previste dai contratti collettivi”. Ne verranno tolte altre invece, ossia quelle caratterizzate da condizioni che sono di difficile applicazione e “foriere di possibili contenziosi”.

Novità arriveranno a breve, già nel Decreto semplificazioni atteso entro fine mese sul tavolo del Consiglio dei ministri, con il quale verranno identificate delle clausole più semplici e standard così da facilitare il ricorso al contratto a tempo determinato, confermando probabilmente la durata massima di 36 mesi indicata dall’Unione europea.

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