Dopo l’ISTAT e la Ragioneria dello Stato, adesso si aggiunge anche l’OCSE che, con un report recentissimo, evidenzia tutte le criticità del nostro sistema previdenziale e arriva persino a suggerire un’età di pensionamento da far tremare i polsi.
Gli addetti ai lavori ne erano già pienamente consapevoli: basta provare a simulare la propria pensione — sono disponibili online diversi strumenti, primo tra tutti quello dell’INPS — per accorgersi di quanto l’asticella si stia alzando sempre di più.
E non è tutto: abbiamo già una legge che prevede l’innalzamento automatico dell’età pensionabile, la famosa «Fornero». Tuttavia, per onestà intellettuale, va ricordato che la Fornero non è la causa, ma piuttosto l’effetto di una situazione economica e demografica complessa, rispetto alla quale, purtroppo, in passato non sono state prese le contromisure necessarie.
Ma andiamo con ordine: cosa dice esattamente il report dell’OCSE? E soprattutto, quando potremo davvero andare in pensione?
Pensione a 70 anni: il futuro (molto) prossimo dell’Italia secondo l’OCSE
Nei giorni scorsi l’Ocse ha pubblicato l’atteso report: “Panorama delle Pensioni 2025”, un’analisi comparativa sui sistemi pensionistici dei paesi membri, evidenziando l’invecchiamento della popolazione, l’aumento dell’età e le sfide di sostenibilità finanziaria, con un focus su invecchiamento demografico, gap di genere e necessità di politiche attive per il lavoro.
Uno dei messaggi più chiari di questo report, riguarda l’età pensionabile, che in molti Paesi è destinata ad aumentare per chi entra oggi nel mondo del lavoro. L’OCSE stima un innalzamento dell’età “normale” di pensionamento verso circa 66 anni sia per uomini che per donne.
Ma ci sono casi ancora più estremi: alcuni paesi, tra cui Danimarca, Estonia, Paesi Bassi, Svezia e (soprattutto) Italia, secondo le regole attuali potrebbero portare l’età di uscita dal lavoro ancora più in alto. Se non cambiano condizioni strutturali, si legge nel report, l’età di pensionamento “normale” per chi inizia oggi a lavorare potrebbe salire fino a 70 anni o più. Sì, avete capito bene: 70 anni come requisito anagrafico per andare in pensione. Ma da cosa deriva un innalzamento così drastico dell’età pensionabile?
Ovviamente, non si tratta di un numero arbitrario, ma è legato a due grandi tendenze in corso un po’ ovunque, ma soprattutto nel nostro paese.
- invecchiamento demografico
- diminuzione della popolazione attiva: la fascia 20-64 anni è stimata calare di oltre il 35 % nei prossimi decenni.
Questo calo dei lavoratori ha un effetto a catena: meno contribuenti attivi vuol dire meno risorse per pagare le pensioni, e quindi il sistema previdenziale — già sotto pressione — rischia di diventare insostenibile.
L’Italia è già uno dei paesi con la spesa pensionistica pubblica più alta: circa 16% del PIL, tra le cifre più elevate dell’OCSE. Va aggiunto che almeno un quarto di questa spesa non è coperta da contributi previdenziali, ma da tasse statali, il che accentua la pressione sulle finanze pubbliche.
Cosa aspettarci in futuro: pensione, requisiti, assegni
In questo contesto, il report suggerisce alcune possibili soluzioni per rendere il sistema più sostenibile nel lungo periodo.
Prima di tutto — come già evidenziato — alzare l’età effettiva di pensionamento, che potrebbe arrivare anche a 70 anni, e rendere più difficile il pensionamento anticipato, limitando i canali di uscita prima dell’età “standard”. Insomma: stop alle formule tipo Quota 100, per intenderci.
Un altro aspetto su cui l’OCSE richiama l’attenzione è la necessità di ridurre il divario di genere nelle pensioni. In Italia, infatti, le donne percepiscono mediamente assegni più bassi rispetto agli uomini. Per correggere questa disparità, una delle leve è rendere più equi i requisiti pensionistici, a partire da età e contributi, tra lavoratori e lavoratrici.
In sintesi, l’OCSE delinea per l’Italia un futuro in cui andare in pensione relativamente giovani sarà sempre più raro. Per evitare che la pensione diventi un traguardo quasi irraggiungibile, serviranno riforme strutturali, un mercato del lavoro più inclusivo e stabile, e politiche sociali capaci di ridurre le disuguaglianze.
Un’altra possibile risposta potrebbe essere quella di valorizzare la previdenza complementare. Il fondo pensione viene spesso visto come uno strumento per aumentare l’importo della pensione futura; in realtà, se sfruttato con intelligenza, può diventare anche il modo per lasciare il lavoro qualche anno prima, senza dipendere unicamente da ciò che stabilisce la legge.