Dalla nascita negli anni ’90 all’esplosione post-pandemia: quanto vale davvero il mercato delle obbligazioni legate a terremoti e uragani e perché stanno attirando capitali come mai prima
La finanza non ha morale, ha prezzo. Ma, come sempre, se ne parla pochissimo. Non aprono i telegiornali, non riempiono i talk show, non diventano oggetto di scontro politico.
Eppure esiste un mercato che trasforma terremoti, uragani e alluvioni in rendimento finanziario. I cat bond, le obbligazioni legate alle catastrofi naturali, sono uno dei prodotti più cinici della finanza contemporanea. Monetizzare il rischio climatico è diventata una pratica tecnica, quasi neutrale. Il fatto che sia neutrale nel linguaggio non significa che lo sia nelle implicazioni.
I catastrophe bond nascono negli anni Novanta dopo l’uragano Andrew del 1992, quando il sistema assicurativo statunitense subì perdite tali da mettere in discussione la capacità della riassicurazione tradizionale di assorbire eventi estremi. Da lì l’idea di trasferire parte del rischio ai mercati finanziari. Il meccanismo è lineare. Un’assicurazione o una riassicurazione crea un veicolo dedicato, emette un’obbligazione e raccoglie capitale dagli investitori. Se la catastrofe non si verifica secondo parametri contrattuali predefiniti, l’investitore incassa cedole elevate e riottiene il capitale. Se l’evento si verifica, il capitale viene utilizzato per coprire i danni e può essere perso in tutto o in parte. [...]
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