Non impugnare o non contestare un’intimazione di pagamento mette il contribuente nella situazione di non poter più contestare la cartella esattoriale. Ecco cosa dice la Cassazione.
Ignorare una richiesta di pagamento che arriva dall’Agenzia delle Entrate potrebbe costare molto caro, soprattutto dopo una recente ordinanza della Corte di Cassazione. In molti casi quando si riceve una cartella esattoriale, una richiesta di pagamento o un’intimazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, erroneamente si tende a non dare alla missiva il peso che merita, soprattutto se si pensa di non dovere nulla al Fisco.
Molti contribuenti quando ricevono un’intimazione di pagamento per una somma che pensano di non dover versare (per prescrizione o più semplicemente per pretesa illegittima) tendono a ignorare la richiesta, senza sapere che così facendo perdono il diritto alla difesa.
La giurisprudenza, nel corso degli anni, ha evidenziato che l’intimazione di pagamento rappresenta un passaggio cruciale nel procedimento di riscossione e diventa definitiva se non viene contestata.
Cos’è l’intimazione di pagamento?
L’intimazione di pagamento viene inviata dall’Agenzia delle Entrate solitamente quando è trascorso almeno un anno dalla notifica della cartella esattoriale. Non potendo procedere direttamente al pignoramento (perché è trascorso più di un anno dalla notifica) l’Agenzia delle Entrate deve procedere all’invio di questa comunicazione che, oltre a riepilogare l’importo dovuto, sollecita il pagamento che deve avvenire entro 5 giorni dalla ricezione.
Si tratta dell’ultimo avvertimento prima che siano attivate le misure cautelari (pignoramento, ipoteca o fermo amministrativo). L’intimazione di pagamento è impugnabile, ma pone il contribuente davanti a una scelta decisiva: contestare l’avviso o accettare di pagare il debito. L’inerzia stessa del contribuente configura, di fatto, una scelta.
L’intimazione si cristallizza
Così come la legge punisce l’inerzia del creditore che non richiede il pagamento delle somme dovute entro un determinato termine con la prescrizione, allo stesso modo punisce l’inerzia del contribuente che cristallizza l’obbligo di pagamento. Se il contribuente, entro i termini previsti dalla legge, non presenta un ricorso contro l’atto, è come se lo accettasse tacitamente e questo gli impedirà, in futuro, di contestarne la validità, la legittimità o la prescrizione.
La mancata presentazione di un ricorso, a questo punto della riscossione, sana retroattivamente qualsiasi irregolarità dell’atto, compresi vizi procedurali, rendendo il debito definitivo.
La sentenza della Cassazione
L’ordinanza 35019 del 31 dicembre 2025 della Corte di Cassazione consolida questo principio di orientamento. Un cittadino presentava ricorso per un’intimazione di pagamento sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica della cartella esattoriale e che il credito preteso dal Fisco fosse ormai prescritto. La Cassazione accoglie il ricorso dell’ente di riscossione perché al cittadino erano state notificate negli anni diverse intimazioni di pagamento senza che questi le avesse mai impugnate. Gli atti non contestati hanno consolidato il debito: l’inerzia del cittadino ha reso un debito potenzialmente contestabile un obbligo cristallizzato che non si può più contestare.
Per contestare un’intimazione di pagamento il contribuente ha a disposizione 60 giorni, trascorsi i quali il cittadino perde qualsiasi diritto a contestare gli aspetti dell’atto stesso (legittimità, prescrizione). Anche se la prescrizione era maturata prima dell’intimazione, non impugnandola si perde il diritto a invocarla, così come non si potrà invocare la mancata o errata notifica della cartella o evidenziare vizi o irregolarità. Tutte queste mancanze sono assorbite dalla mancata impugnazione dell’intimazione perché il silenzio del contribuente viene considerato come accettazione implicita del debito.
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