Il rialzo dei tassi della Federal Reserve di mercoledì, con l’indicazione che la decisione «supporterà un ritorno più rapido all’obiettivo del 2%» della Fed, ha spinto il dollaro al rialzo su tutti i fronti.
Il Dollar Index (DXY) è salito in area 100,25-100,33 punti, il livello più alto da fine luglio, l’EUR/USD è sceso a circa 1,1470 e l’USD/JPY è arrivato a un passo da quota 156. Lo yen ha perso terreno per tre sedute consecutive fino a toccare l’area di 156,1 per dollaro giovedì, per poi ritracciare leggermente nel pomeriggio a 155,62, un livello comunque a pochi punti dalla soglia psicologica dei 156-158 che gli operatori associano a un rischio di nuovo intervento delle autorità giapponesi.
Perché la Fed complica il compito della Bank of Japan
La Bank of Japan si riunisce il 17-18 settembre e annuncerà la decisione venerdì. Il mercato prezza ampiamente un nuovo rialzo di 25 punti base, che porterebbe il tasso di riferimento all’1,25% dall’1% attuale. Il tool di mercato centralbank.watch indicava al 16/9 una probabilità implicita del 63% per un rialzo da 25 punti base, una stima comunque da prendere con cautela. Il problema per il governatore Kazuo Ueda è che un rialzo da parte della BoJ ormai «scontato» lascia poco margine per sorprendere al ribasso i mercati, mentre la Fed - alzando ancora i tassi e segnalando la possibilità di ulteriori mosse nel 2026 - allarga di nuovo il differenziale a favore del dollaro.
Il rialzo della Fed complica il compito della Bank of Japan di sostenere lo yen attraverso la propria politica monetaria perché anche un rialzo da parte della banca centrale giapponese, pienamente atteso, potrebbe non bastare a invertire la pressione sul cambio se il linguaggio di accompagnamento non risultasse sufficientemente aggressivo.
L’intervento congiunto USA-Giappone dell’estate
Non è la prima volta quest’anno che lo yen si avvicina a soglie considerate critiche. Il 3 agosto il ministero delle Finanze giapponese ha confermato, in una dichiarazione ufficiale della ministra Satsuki Katayama, di aver acquistato yen il 31 luglio «in coordinamento» con il Tesoro USA, un’azione «adottata in base alla Dichiarazione congiunta dei ministri delle Finanze USA-Giappone del settembre 2025» per contrastare «eccessiva volatilità e movimenti disordinati» della valuta giapponese.
Secondo una ricostruzione indipendente di OMFIF, che definisce esplicitamente le proprie cifre come stime non ufficiali, l’intervento avrebbe riportato il cambio da un’area vicina a 164 a circa 155, con Tokyo che avrebbe impiegato risorse nell’ordine di 75 miliardi di dollari e Washington una cifra più contenuta (5-10 miliardi). Il Giappone ha inoltre annunciato l’intenzione di finanziare eventuali nuovi interventi tramite la linea di liquidità in dollari della Fed (FIMA Repo Facility) per evitare di dover vendere Treasury.