Un rallentamento dei prezzi alla produzione raffredda l’urgenza di una stretta immediata, ma il governatore Ueda lascia volutamente aperti tempi e ritmo del prossimo rialzo. Il cambio con il dollaro resta vicino alla soglia psicologica dei 160, quella che in estate ha fatto scattare l’intervento coordinato di Tokyo e Washington.
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Oggi lo yen si è rafforzato lievemente contro il dollaro, interrompendo due sedute consecutive di calo. Il cambio USD/JPY si muove intorno a 158,06 yen per dollaro, in discesa dello 0,34% nella giornata, un movimento piccolo ma che arriva in un momento in cui il mercato sta cercando di capire quanto ancora la Bank of Japan sia davvero disposta a stringere, e quanto invece la politica - la premier Sanae Takaichi in testa - stia già condizionando quella scelta prima ancora che venga presa.
A dare slancio allo yen è stato il dato sui prezzi alla produzione di settembre, pubblicato nei giorni scorsi, con l’indice che è salito del 6,8% su base annua, meno del 7,6% atteso dagli analisti e in rallentamento per il secondo mese consecutivo dopo il 7,6% di agosto. Un raffreddamento che riduce, almeno sulla carta, l’urgenza di una nuova stretta immediata.
Resta però aperta la questione dei tempi: nel discorso del 6 ottobre alla National Securities Convention di Tokyo, il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda non ha sciolto il nodo, lasciando volutamente indefiniti tempi e ritmo dei prossimi rialzi pur confermando la direzione di marcia - la banca centrale continuerà ad alzare i tassi in base all’andamento di economia, prezzi e condizioni finanziarie - e indicando - secondo la ricostruzione della stampa finanziaria specializzata - che se i rischi al rialzo sui prezzi dovessero prevalere su quelli al ribasso per la crescita, il board dovrà soppesare con attenzione i pro e i contro di un nuovo intervento. Una formula condizionale che lascia aperta sia l’ipotesi di una mossa già a ottobre (per quanto indicata dal mercato come l’esito meno probabile) sia quella di un’attesa fino a dicembre o gennaio.
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Nella Bank of Japan il board è spaccato
Il nodo vero, però, non è la prudenza di Ueda, quanto la spaccatura che si è aperta dentro il consiglio direttivo della banca centrale, e di cui questa testata aveva già raccontato il voto il giorno stesso della decisione. In sintesi: il 18 settembre la Bank of Japan aveva alzato il tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo a 1,25%, il livello più alto dall’aprile 1995, con un voto di 7 a 2.
A opporsi erano stati Toichiro Asada e Ayano Sato, entrambi nominati nel board da Takaichi - premier che si è sempre dichiarata favorevole a una politica monetaria accomodante - con argomentazioni legate a un’inflazione di fondo giudicata non ancora abbastanza solida da giustificare la stretta.
Ciò che è cambiato nelle ultime settimane è la posizione di uno dei due dissenzienti. In un’intervista ripresa dall’agenzia Kyodo il 6 ottobre, Sato ha corretto il tiro: pur avendo votato contro a settembre, ha detto di sostenere l’idea di alzare i tassi per gradi, in più fasi, proprio perché le condizioni finanziarie restano accomodanti, opponendosi però a un calendario di rialzi prestabilito. Ha aggiunto che i rischi sui prezzi legati al rincaro del petrolio sono orientati verso l’alto, e che la banca centrale deve mantenere la propria indipendenza di giudizio pur muovendosi in modo coerente con l’impostazione fiscale espansiva del governo. È un segnale che il mercato ha letto come un rafforzamento, e non un indebolimento, delle attese di un nuovo rialzo entro la fine dell’anno.
La politica fiscale di Takaichi complica il quadro
Sullo sfondo resta la linea del governo. Il 5 ottobre, nel discorso di apertura della sessione straordinaria della Dieta, Takaichi ha chiesto ai parlamentari di sostenere un taglio dell’imposta sui consumi relativa agli alimentari, dall’8% all’1%, per due anni a partire dall’aprile 2027: una misura che costerebbe circa 10mila miliardi di yen (oltre 60 miliardi di dollari) di minori entrate. La premier ha promesso di finanziarla senza nuove emissioni di debito pubblico, impegnandosi a una «politica fiscale responsabile e al tempo stesso proattiva», ma senza indicare nel dettaglio da dove arriveranno le coperture: un punto su cui restano dubbi, anche perché i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a lunghissima scadenza erano già saliti a livelli record nei mesi scorsi proprio per il timore di una finanza pubblica meno rigorosa.
È questo l’intreccio che il mercato valutario sta cercando di prezzare: una banca centrale che vorrebbe normalizzare i tassi dopo anni di politica ultra-espansiva, e un governo che spinge nella direzione opposta, rendendo più costoso per la Bank of Japan alzare il costo del denaro senza apparire in rotta di collisione con l’esecutivo.
Perché la soglia dei 160 resta centrale
Il livello psicologico che il mercato continua a guardare è quota 160 yen per dollaro: è lì che in estate, con lo yen scivolato vicino ai minimi in 40 anni, Tokyo e Washington avevano condotto un intervento coordinato sul cambio. Da allora lo yen ha oscillato più volte vicino a quella soglia senza superarla in modo duraturo, e gli operatori continuano a considerarla il punto in cui il rischio di un nuovo intervento ufficiale tornerebbe concreto.
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Il differenziale di tassi resta comunque il motore di fondo della debolezza strutturale della valuta giapponese: 1,25% in Giappone contro il 3,75%-4,00% della Federal Reserve, un divario che nessun singolo rialzo della Bank of Japan può colmare in tempi brevi. Per questo il mercato non si aspetta una mossa già a ottobre - l’esito resta incerto - ma guarda a dicembre o a gennaio come finestre più probabili, con i dati di inflazione e di spesa delle famiglie dei prossimi due mesi a fare da ago della bilancia.
Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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