Quanto è plausibile un cambio di regime? La storia insegna che la caduta di un sistema non dipende solo dalla piazza.
Da giorni la stessa domanda rimbalza ovunque: l’ondata di proteste in Iran può davvero aprire la strada a un cambio di regime? Se la si guarda dal punto di vista economico, il nodo diventa ancora più evidente: qui non si parla soltanto di piazze e repressione, ma della capacità di tenuta di un sistema che si regge, prima di tutto, sulle aspettative. E quando le aspettative si incrinano, la prima cosa che cede non è un simbolo politico: è l’equilibrio economico che lo sostiene.
Le ricostruzioni più recenti parlano di manifestazioni ampie in diverse città, accompagnate da blackout informativi e da una risposta repressiva molto dura. Questo non è un dettaglio “di cronaca”: per l’economia, spegnere internet significa anche spegnere prezzi trasparenti, pagamenti digitali, logistica, fiducia nei contratti e perfino la capacità di capire cosa stia succedendo davvero, dentro e fuori dal Paese.
In questi giorni si è aggiunto un elemento che colpisce l’immaginario: in alcuni video e messaggi circolati online, una parte dei manifestanti invoca Donald Trump o chiede una qualche forma di protezione dagli Stati Uniti, mentre da Washington arrivano dichiarazioni pubbliche di sostegno ai manifestanti e avvertimenti contro l’uso della violenza. È materiale politicamente potente, ma economicamente va maneggiato con cautela: “Trump” può essere un simbolo di deterrenza più che un progetto di governo, e in un contesto di censura e rete a intermittenza è difficile misurare quanto sia rappresentativo. [...]
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