Un miliardo di dollari scommessi contro Wall Street. Basta questa cifra per far tremare i mercati, soprattutto se a muoverla è Michael Burry, l’uomo che nel 2008 vide arrivare il disastro prima di tutti. Mentre il mondo affondava nella crisi dei mutui subprime, lui guadagnava miliardi. E oggi, a distanza di quasi vent’anni, torna a parlare di “bolla”.
Il bersaglio questa volta non sono le case, ma i chip. Burry punta contro Nvidia e Palantir, due dei nomi più caldi del boom dell’intelligenza artificiale. La sua società, Scion Asset Management, ha aperto posizioni ribassiste per oltre un miliardo di dollari, scommettendo che la corsa dell’AI sia ormai fuori controllo.
Il paragone che fa è chiaro e inquietante: la corsa alle GPU e ai data center di oggi ricorda quella alla fibra ottica del 2000, quando miliardi di dollari finirono in cavi che rimasero “spenti” sotto terra dopo lo scoppio della bolla dot-com.
Burry lo chiama “un déjà vu finanziario”. E la sua mossa riapre una domanda che nessuno a Wall Street vuole davvero porsi: e se l’euforia sull’intelligenza artificiale fosse solo una nuova grande illusione collettiva?
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Il fantasma della bolla: perché la scommessa di Burry fa paura a Wall Street
Burry fa notare un paradosso: le big tech si comprano e si vendono tra loro, alimentando un “circolo vizioso” di investimenti che gonfia i numeri ma non i risultati reali. Tutti comprano chip da Nvidia facendo salire le (sue) azioni. E oggi Nvidia oggi vale più di Apple. Qualcosa però inizia a scricchiolare. Palantir - che si definisce “la nuova Oracle dell’era AI” - dopo l’ultima trimestrale ha lasciato sul terreno quasi l’8%. Eppure, il mercato continua a crederci: per molti investitori, l’intelligenza artificiale non è solo il futuro, è la nuova corsa all’oro.
Ma i numeri raccontano una storia diversa. Secondo Bloomberg, il Nasdaq 100 viene scambiato a 28 volte gli utili futuri, l’S&P 500 a 23: livelli da piena euforia, non certo di equilibrio. Accadde anche nel 1999, quando la febbre delle dot-com spinse in alto i listini prima del crollo. Oggi la storia potrebbe ripetersi, solo con nomi diversi.
In pratica è un gioco che finché regge arricchisce tutti, ma che ricorda pericolosamente i meccanismi che precedettero lo scoppio della bolla delle dot-com. Burry l’ha già visto accadere una volta e anche questa volta non sembra intenzionato a restare a guardare.
Cosa significa per chi investe? E se Burry avesse di nuovo ragione?
Non è detto che la bolla scoppi domani. L’economia americana continua a sorprendere per solidità, i tassi stanno finalmente scendendo e l’intelligenza artificiale, nel frattempo, genera innovazioni reali e tangibili. Ma l’allarme di Michael Burry non va ignorato. Quando troppi soldi si concentrano tutti nello stesso settore, la storia insegna che qualcosa, prima o poi, si rompe.
Per gli investitori retail, è un avvertimento a non seguire le mode del momento. Meglio tornare ai fondamentali, guardare i bilanci, le prospettive reali, le aziende che fanno utili veri e non solo promesse.
Le correzioni di mercato fanno paura, ma servono a ripulire gli eccessi. Sono come una doccia fredda che rimette le cose in ordine. Chi ha pazienza e una visione di lungo periodo può persino trasformarle in un’occasione.
La bolla dell’AI, se davvero esiste, non cancellerà il potenziale dell’intelligenza artificiale. Ma metterà alla prova le aziende che la cavalcano. Non tutte sopravvivranno. E Burry lo sa bene.
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