Board of peace, cos’è e chi ha aderito all’organizzazione voluta da Trump

Simone Micocci

21/01/2026

Non si parla d’altro che del Board of peace voluto da Trump, e non mancano le critiche. Ecco cos’è, chi ne fa parte (per adesso) e perché l’Italia potrebbe rifiutarsi.

Board of peace, cos’è e chi ha aderito all’organizzazione voluta da Trump

Nelle ultime ore si discute molto del Bboard of peace promosso da Donald Trump, un organismo che il quotidiano Avvenire, nella prima pagina del 20 gennaio, ha definito efficacemente come il “Cda del mondo”. Un’etichetta che restituisce bene l’ambizione, e insieme l’ambiguità, di una proposta che ha immediatamente acceso il dibattito internazionale.

Si tratta infatti di un’iniziativa fortemente divisiva, tanto che diversi leader si sono già sfilati, tra cui Emmanuel Macron e - molto probabilmente - Giorgia Meloni, seppure per motivazioni differenti. E mentre le adesioni e le prese di distanza si susseguono, cresce la necessità di capire che cos’è davvero il board of peace e quale dovrebbe essere il suo ruolo, per comprendere le ragioni di un confronto così acceso.

Anche perché, al di là delle intenzioni dichiarate, non mancano le critiche: c’è chi sostiene che, già solo per i nomi che ne farebbero parte, l’ultimo ad aggiungersi alla lista è il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il board of peace rappresenti poco più che “l’ennesimo prodotto del neocolonialismo americano”.

Ma d’altronde, è lecito chiedersi cosa serve un Consiglio per la pace che si configura, nei fatti, come un organismo alternativo alle Nazioni Unite. Tanto più se si considera un altro elemento controverso, ovvero la natura “a pagamento” dell’adesione, con la promessa di 1 miliardo di euro versato da ogni Paese partecipante.

A tal proposito, in questo articolo proveremo a fare chiarezza: partendo dalla missione annunciata del Board of peace, passando per i criteri di partecipazione, e per le ragioni che stanno spingendo l’Italia verso un possibile rifiuto, fino ad arrivare ai nodi politici e simbolici che rendono questa proposta una scelta quantomeno controversa.

Cos’è il Board of peace

Il Board of Peace voluto da Donald Trump è un nuovo organismo internazionale pensato inizialmente per gestire la fase due del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la transizione post-bellica del territorio. L’obiettivo dichiarato è coordinare la fase di ricostruzione e messa in sicurezza del territorio, accompagnando l’uscita di scena di Hamas e l’avvio di una nuova amministrazione palestinese affidata a un comitato tecnocratico con sede al Cairo.

Formalmente istituito attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu proposta dagli Stati Uniti, il Board viene descritto come un’organizzazione incaricata di promuovere stabilità attraverso il ripristino di una governance “affidabile e legittima” con l’obiettivo di una pace duratura. Nella pratica, però, il Board avrebbe anche il compito di determinare l’indirizzo politico della fase di transizione, mentre una forza internazionale di stabilizzazione opererebbe sul terreno. E fa quantomeno riflettere che in questo Board ci sarebbe anche il leader di Israele.

Dai documenti diffusi dalla Casa Bianca emerge inoltre una missione più ampia: il Board of Peace non sarebbe limitato a Gaza, ma concepito come un modello replicabile per la gestione di altri conflitti globali, con un approccio che privilegia leve economico-finanziarie rispetto alla mediazione multilaterale tradizionale. È proprio questo aspetto a renderlo controverso. Per molti osservatori, il Board rischia di configurarsi come un organismo parallelo alle Nazioni Unite, privo di un mandato universale e fondato su inviti selettivi e rapporti di forza politici.

Chi ne fara parte?

Un elemento centrale, e altamente controverso, del progetto è il meccanismo di adesione: gli Stati partecipanti possono restare nel Board per un periodo limitato, ma chi versa oltre 1 miliardo di dollari ottiene una presenza stabile e un peso duraturo nelle decisioni. Viene pertanto introdotta una netta distinzione tra Paesi finanziatori e Paesi senza potere strutturale, rafforzando il ruolo guida degli Stati Uniti.

Per adesso sappiamo che il Board of peace sarà presieduto direttamente da Donald Trump, articolandosi su due livelli: un comitato esecutivo fondatore, con funzioni politiche e di definizione delle strategie di intervento, e un comitato esecutivo per Gaza, incaricato di attuare sul campo la fase due del cessate il fuoco.

Nelle ultime ore ha ufficialmente aderito anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo le iniziali critiche alla composizione del board (in particolare per la presenza della Turchia). Questo si va ad aggiungere ai Paesi che hanno già aderito, quali:

  • Emirati Arabi Uniti
  • Marocco
  • Ungheria
  • Bielorussia
  • Kazakistan
  • Vietnam
  • Argentina

Altri Paesi, tra cui Regno Unito, Canada, Egitto, Russia, Turchia e la Commissione europea, hanno confermato di aver ricevuto l’invito, ma non hanno ancora sciolto la riserva. Da chiarire anche la posizione di Putin, invitato da Donald Trump.

Per quanto riguarda i nomi, la Casa Bianca indica tra i membri del board:

  • Marco Rubio, segretario di Stato Usa
  • Steve Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente
  • Jared Kushner, genero e consigliere del presidente
  • Tony Blair, ex primo ministro britannico
  • Marc Rowan, Ceo di Apollo Global Management
  • Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale
  • Robert Gabriel, vice consigliere per la Sicurezza nazionale Usa

Nel comitato esecutivo per Gaza figurano inoltre:

  • Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco
  • Ali Al-Thawadi, diplomatico qatariota
  • Hassan Rashad, capo dell’intelligence egiziana
  • Reem Al-Hashimy, ministra emiratina
  • Yakir Gabay, imprenditore israeliano
  • Sigrid Kaag, ex vicepremier dei Paesi Bassi ed ex inviata ONU

Il coordinamento operativo sul terreno dovrebbe essere affidato a Nickolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente.

Perché l’Italia dovrebbe restare fuori

Come anticipato, l’Italia dovrebbe rifiutarsi e non prendere parte al Board of peace. Una delle ragioni principali sta nel fatto che questo Consiglio appare come un organismo alternativo all’Onu, troppo sbilanciato a favore degli Stati Uniti. Un’impostazione difficilmente compatibile con la tradizione multilaterale italiana.

C’è poi il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione consente al nostro Paese di aderire a organizzazioni internazionali solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”. L’invio, come pure la presenza di una quota d’ingresso da 1 miliardo di dollari e con Trump nel ruolo di decisore finale, ci pongono davanti a una struttura che rischierebbe di essere bocciata tanto dal Quirinale quanto dalla Corte costituzionale.

Sul piano istituzionale, l’adesione richiederebbe inoltre un passaggio parlamentare, oggi politicamente e tecnicamente impraticabile. Non a caso, Forza Italia si è detta apertamente contraria, mentre nel governo prevalgono forti perplessità.

Infine, c’è il profilo politico ed europeo: sedersi allo stesso tavolo con leader come Putin e Netanyahu e farlo rompendo l’unità con Francia, Germania e Regno Unito esporrebbe l’Italia a un isolamento in Ue, un rischio da cui Meloni vuole assolutamente smarcarsi.

Perché il Board of Peace fa discutere

Basti quanto scritto sopra per rispondere alla domanda sul perché il Board of peace è così divisivo. Ma entriamo nel dettaglio: ci troviamo di fronte a un organismo che mette in discussione l’idea stessa di pace come bene pubblico.

In un’intervista ad Avvenire, l’economista Stefano Zamagni parla esplicitamente di “ultimo frutto del neocolonialismo americano”: un progetto che nasce da un principio utilitaristico secondo cui tutto è negoziabile, persino la pace. Non si tratta, avverte Zamagni, di una follia estemporanea, ma di un piano culturale coerente, in cui l’interesse e la convenienza sostituiscono i trattati e le istituzioni multilaterali.

A rendere il quadro ancora più controverso è il divario tra parole e realtà. Mentre Trump annuncia l’ingresso nella “fase successiva del piano di pace”, a Gaza continuano i bombardamenti, con centinaia di vittime civili anche dopo il cessate il fuoco.

Ci si prepara quindi a discutere del futuro della Striscia mentre né Israele né Hamas sembrano pronti a compiere i passi necessari perché la transizione possa davvero iniziare. In questo contesto, il Board rischia di nascere prima della fine della guerra, rovesciando la logica stessa del peacebuilding.

Viene pertanto proposta una pace disegnata dall’alto, fondata più su un potere economico che su un vero e proprio interesse, in un momento in cui le istituzioni internazionali sono già fragili. E perché, come osserva Zamagni, dietro il linguaggio della stabilità si intravede una sfida più profonda: quella tra multilateralismo e unilateralismo, tra diritto internazionale e convenienza, tra un’idea condivisa di pace e una pace che, per la prima volta, sembra avere un prezzo.

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