Bitcoin, perché il futuro del mining negli USA è in bilico?

Redazione Crypto

01/05/2025

Il sogno americano del mining di Bitcoin rischia il blackout: una decisione di Trump mette a dura prova i margini e la fiducia del settore.

Bitcoin, perché il futuro del mining negli USA è in bilico?

Nel 2021, il mondo del mining di Bitcoin ha vissuto un punto di svolta epocale: la Cina, fino ad allora patria di oltre il 65% della potenza di calcolo globale del network, ha bandito le attività legate al mining.

Una decisione drastica che ha costretto migliaia di operatori a cercare nuovi orizzonti.

Gli Stati Uniti si sono rapidamente imposti come la nuova mecca del mining, grazie a tre fattori fondamentali: energia elettrica a basso costo, mercati finanziari sviluppati e un contesto normativo relativamente favorevole.

In poco tempo, stati come Georgia, Texas e New York hanno visto fiorire data center alimentati da milioni di macchine per il calcolo crittografico.
Con l’elezione di Donald Trump nel 2024, il settore ha vissuto una nuova ondata di entusiasmo. L’ex presidente si è presentato come il più convinto sostenitore delle criptovalute tra i candidati, promettendo di trasformare gli Stati Uniti nel cuore pulsante del mondo Bitcoin e assicurando che l’intero processo di estrazione dei restanti Bitcoin avvenisse sul suolo americano.

A rincarare la dose, i suoi due figli maggiori hanno persino lanciato una loro iniziativa di mining chiamata “American Bitcoin”, un chiaro segnale della volontà di trasformare la criptovaluta in un simbolo del rinnovato patriottismo economico.
Tuttavia, ad aprile 2025, quello che sembrava essere un futuro brillante ha incontrato un ostacolo imprevisto, proprio a causa delle politiche commerciali del presidente.

Con l’intenzione di rafforzare la manifattura nazionale e ridurre la dipendenza da importazioni straniere, Trump ha introdotto una nuova serie di dazi doganali su una vasta gamma di prodotti provenienti dall’Asia. Tra questi, anche le macchine per il mining di Bitcoin.

La misura ha avuto un effetto immediato: a partire dal 9 aprile, è entrata in vigore una prima fase che ha visto l’aliquota passare dal 2,6% al 12,6% per le macchine provenienti da Thailandia, Indonesia e Malesia, i principali Paesi fornitori. Ma il peggio potrebbe arrivare a luglio, quando il prelievo salirà tra il 26% e il 38,6%, a seconda della provenienza. Nel frattempo, è stata concessa una sospensione di 90 giorni, una sorta di conto alla rovescia per il settore.

Considerando che una singola macchina di fascia alta costa tra i 4.000 e i 5.000 dollari, l’effetto sui margini delle imprese è drammatico, soprattutto in un settore in cui già oggi i profitti sono sottilissimi.
Non a caso, molte aziende stanno correndo ai ripari.

Alcune hanno sospeso gli ordini a lungo termine con i produttori asiatici, mentre altre stanno tentando di importare il maggior numero possibile di macchine prima del 4 luglio, data prevista per l’entrata in vigore delle tariffe maggiorate. Ma per molti operatori la soluzione potrebbe essere ancora più drastica: guardare all’estero.

Il problema non è solo il costo delle tariffe, ma l’imprevedibilità stessa della politica commerciale americana. Il rischio, in sostanza, è che un eccesso di protezionismo finisca per indebolire proprio quel settore che l’amministrazione intende proteggere.
Intanto, i mercati iniziano a reagire: l’indice S&P 500 ha perso l’8% da quando Trump ha annunciato il suo piano tariffario il 2 aprile, mentre un indice che traccia l’andamento delle principali società di mining ha subito un calo ancora più marcato, pari al 12%. Segno che l’incertezza sta già presentando il conto.

Il paradosso è evidente: mentre il presidente promette una “rinascita crypto” a stelle e strisce, le sue stesse decisioni rischiano di soffocarla sul nascere. Il settore del mining, che aveva fatto degli Stati Uniti la sua nuova casa, si trova ora in un momento di profonda instabilità. Nei prossimi mesi, la risoluzione – o il peggioramento – di questa crisi dirà molto non solo sul futuro del Bitcoin in America, ma sulla capacità del Paese di conciliare politica industriale e innovazione tecnologica in uno dei settori più dinamici dell’economia globale.