Oggi la sigla ESG, in America, non è più soltanto l’acronimo, misterioso per anni al di fuori del circuito degli esperti del mondo finanziario e degli investimenti, che sta per Enviroment (la difesa dell’ambiente), Social (l’attenzione alle problematiche sociali) e Governance (regole per la trasparenza e la correttezza nella gestione delle aziende). ESG è diventato il centro della discordia più accesa nel clima della polarizzazione politica che divide la sinistra e la destra, i liberale e i conservatori. I primi sono i paladini, i secondi i dichiarati avversari della nuova parola d’ordine, assurta a verbo woke per eccellenza. E woke, ormai l’abbiamo imparato, è la versione laica degli “unti del Signore” di una volta, quelli che hanno visto la luce e sanno sempre chi e che cosa sia nel giusto, e chi no.
Chiamare l’ESG un nuovo terreno di scontro nella sempiterna “culture war”, o Guerra di Cultura, come pure fa qualche commentatore che ammira la Greta svedese, è fuorviante. Non dà l’idea esatta di che cosa ci sia davvero in palio. Intanto, ESG sì ed ESG no non è una disfida nobile. Non è, per capirci, lo scontro di religione che ha diviso l’America dopo la sentenza dell’anno scorso della Corte Suprema che aveva cancellato il diritto costituzionale all’aborto. Quella sì che era, e resta, una vera battaglia per ideali alti: i religiosi pro vita che difendono il nascituro concepito, contro chi affida alla donna gravida la scelta di diventare o meno mamma.
L’ESG è invece solo il prodotto della fede laica del wokismo. Alla sua radice è scoppiata una guerra politico-economico-finanziaria che coinvolge l’industria concretissima dell’energia, e quella non meno vitale degli investimenti finanziari. Sul piano politico, in Congresso pochi giorni fa, prima la Camera (con 216 voti contro 204) e poi il Senato (con 50 voti contro 46) hanno votato per annullare una regola del ministero del Lavoro di Biden che inseriva i criteri ESG tra quelli che i gestori di fondi comuni e di fondi pensione dovevano di fatto usare per le scelte delle aziende su cui investire. È il rigetto del Congresso (con due senatori e un deputato Dem che hanno votato con il Gop) al presidente che vuole imporre una agenda woke che la sinistra non riesce a far passare con il voto. Biden ha annunciato il suo veto alla legge quando arriva alla sua firma. E ciò aumenterà la tensione politica sul tema.
SulI’aspetto tecnico dell’ESG, intanto, sgombriamo il campo dalle due lettere S e G. Gli stessi addetti del settore finanziario che da anni vivono di ESG, nel senso che usano la sigla come specchietto per gli investitori preoccupati di salvare il pianeta ma che comunque vogliono investire cercando l’assoluzione ESG, lo ammettono privatamente. Di fatto, l’impegno a praticare la nuova religione è l’adesione woke alla guerra al fossile, in tutte le sue forme dal carbone altamente inquinante al gas naturale e persino al nucleare. Interessa e conta solo la E, Environment. Con quali conseguenze?
Qui, appunto, c’è la realtà che non può essere ridotta all’ossequio verso le visioni radicali dei verdi, da Greta in su. Anzitutto perché soltanto chi non è serio riesce, nello stesso tempo, a far combinare tre fattori senza avvertire l’ipocrisia:
- subire la drammatica situazione di squilibrio nella produzione ed esportazione di gas naturale provocato dalla aggressione russa all’Ucraina;
- farsi in quattro per trovare il modo di far funzionare le fabbriche e riscaldare le case ricorrendo ai mercati internazionali del petrolio e del gas, come succede in Europa;
- pensare che sia giusto premere sulle banche e sui fondi comuni affinché boicottino le aziende energetiche, come succede in America e in tutto il mondo woke-ESG.
Dove sono la logica e la ragione? Un conto, infatti, è constatare che il fenomeno del riscaldamento della terra esiste (sul lunghissimo termine), un altro è gestire i problemi che ne sono (o ne saranno) una derivazione. Con buon senso, equilibrio e realismo. Pensando a misure di contenimento con l’aiuto della tecnologia e l’innovazione, che sono sempre state la chiave per l’avanzamento della civiltà.
Oggi ci sono paesi, Cina e India su tutti, che da soli immettono nell’atmosfera piùCO2 del resto del mondo, e ci sono Stati, negli Usa, che vivono di petrolio, di fracking, di gas naturale e di carbone pulito (ebbene sì, esistono diverse gradazioni d’inquinamento anche per il carbone, non solo per il gas naturale). Chiedere che la West Virginia chiuda le miniere e si prepari a bloccare le trivellazioni entro il 2030 o il 2035 è insensato. È come chiederlo alla Cina.
Ma non esiste soltanto l’aspetto pratico della produzione energetica attraverso il fossile, che è inimmaginabile stoppare entro il prevedibile futuro. Lo stesso Biden, con una gaffe rivelatrice davanti al suo pubblico verde, ha ammesso di recente che per almeno una decina d’anni petrolio e affini saranno parte della nostra vita. Eppure, dal mondo delle corporation, bancarie in testa, è partita da anni una crociata all’insegna dell’ESG che ha sempre più i contorni di un attacco al capitalismo che sposa la visione sognante dei verdi. Ma che è anche una trovata furba per far pagare più alte commissioni di gestione ai risparmiatori nelle piatte strategie commerciali dei promotori ESG di fondi ed ETF. Per paradossale che possa sembrare, l’attivismo woke ambientalista della sinistra ha trovato infatti una sponda in molte banche d’investimento guidate da manager devoti alla doppia causa: quella progressista verde nel segno dell’ESG, e quella prosaica del profitto aziendale.
Ecco perché è scoppiata una guerra parallela tra Democratici e Repubblicani, che è ormai a tutto campo.
Black Rock, il gestore di patrimoni per gli investitori più grande al mondo, ha deciso di scendere in campo con la sinistra in modo pratico, eliminando dai portafogli dei propri fondi le società che non rispettano i criteri woke dell’ESG. La risposta dei governatori repubblicani degli Stati rossi della Florida, della Louisiana e della Sud Carolina, e altri si stanno aggiungendo alla protesta, è stata immediata: hanno tolto, per ora, i 4 miliardi di dollari dei loro fondi pensione statali che erano investiti in fondi comuni e fondi pensione gestiti da Blackrock. Così hanno fatto decine di altri Stati rossi con altre banche woke- ESG. A quanto pare, hanno fatto bene: il responsabile finanziario della West Virginia, che da tempo aveva deciso di non dare più soldi delle casse dello stato alle banche che seguono la strategia ESG, ha di recente comunicato di aver avuto nel 2022 un ritorno finanziario più alto di quelli dei fondi woke ESG.
Il motivo è facilmente spiegabile. Se un gestore elimina un settore industriale dalla gamma su cui poter investire si ritrova con minori possibilità di scegliere e di diversificare. Così, in un anno in cui i colossi dell’energia hanno fatto buoni profitti e i prezzi delle relative azioni sono cresciuti, non stupisce che i gestori che non si sono chiusi l’opportunità di puntare sulle aziende petrolifere abbiano ottenuto performance migliori. Oltretutto, per legge i gestori hanno un obbligo, definito “fiduciario”, di fare il meglio possibile a vantaggio della clientela. Quello che Biden vuole stravolgere. Quindi, i Ceo woke come Larry Fink di Black Rock rischiano di non fare il pieno interesse dei risparmiatori, sostenendo la tesi, non dimostrata e indimostrabile, secondo cui sarebbe un rischio da non correre quello di puntare ancora sull’energia fossile.
Per fortuna degli investitori, il fronte dei Ceo woke non è compattamente allineato dietro i Democratici. Il Ceo Tim Buckley, che guida Vanguard, società di fondi ed ETF che rivaleggia con Black Rock per la prima posizione mondiale del settore della gestione passiva del risparmio, in una intervista al Financial Times è sceso dal carro ESG con questa disincantata dichiarazione: “La nostra ricerca indica che l’investimento ESG non ha alcun vantaggio nell’investire in maniera largamente diversificata”. In concreto, Keeley ha ritirato la Vanguard dal Gruppo di Asset Manager che gestiscono 5900 miliardi di dollari e sono associati nella iniziativa Net Zero. L’adesione al gruppo impegna i firmatari a mettere soldi solo nelle imprese che
rispondono ai principi ESG e che mirano all’obiettivo dell’Accordo di Parigi, zero emissioni di gas serra entro il 2050.
Buckley è esplicito nel sostenere che i managers ESG sbagliano e portano con sé i soldi dei clienti. Fare il gestore ESG significa seguire una strategia attiva, e solo 1 su 7 gestori attivi batte il mercato su un periodo di 5 anni; e 1 su 10 in dieci anni; e uno su 20 in 20 anni. Se il modo corretto per fare gli interessi dei clienti sul lungo termine è di investire in modo passivo sull’intero mercato, introdurre la strategia ESG è un errore. Ma che cosa volete che sia, dicono in sostanza i Democratici, rischiare di far guadagnare di meno i pensionati oggi, e di minare la crescita economica e l’occupazione, pur di diffondere la nuova religione woke?
Sul piano tecnico-finanziario della efficacia dei criteri ESG, infine, i regolatori europei e americani hanno suonato l’allarme sull’uso truffaldino della sigla solo per favorire il marketing dei fondi ESG. In altre parole, anche a credere che le aziende che usano il fossile fanno male all’ambiente, le banche che reclamizzano i loro fondi ESG non rispettano sempre correttamente i criteri, e molte investono in società senza i requisiti. Così spunta persino il filone della ricerca degli analisti che offrono una guida per capire chi li rispetta. A New York è stato appena pubblicato un libro a questo fine: Quantitative Methods for ESG Finance, Metodi Quantitativi per la finanza ESG, scritto dall’italiano Cino Robin Castelli e dall’americano Cyril Shmatov per l’editore Wiley.