Bce, se il vittimismo della politica fa meno danni di quello «collaterale» degli addetti

Mauro Bottarelli

16 Dicembre 2022 - 09:05

Tutti sapevano che l’Eurotower avrebbe comunicato i dettagli del QT a dicembre. Da fine ottobre. Perché piuttosto non chiedersi come mai i mercati crollino per soli 15 miliardi di tapering al mese?

Bce, se il vittimismo della politica fa meno danni di quello «collaterale» degli addetti

Il ministro Guido Crosetto l’ha presa malissimo. Nemmeno una gara d’appalto che vedesse Leonardo sconfitta lo avrebbe messo così di cattivo umore.

Stranamente, Giancarlo Giorgetti non ha fiatato. Se non riguardo al richiamo di Christine Lagarde per una pronta ratifica del MES da parte dell’Italia. Ma su tassi e QT, il ministro che maggiormente e direttamente risulta interessato dalle decisioni dell’Eurotower, ha preferito tacere. Si chiama decenza.

E questi due tweets, lo dimostrano.

Non solo il fatto che al board di dicembre la Bce avrebbe deciso su tempi e modi del QT era noto fin dal Consiglio del 27 ottobre ma, come fa notare un uomo con qualche esperienza sul mercato come l’ex numero uno di PIMCO, il peccato originale del Black Thursday di ieri sui mercati stava tutto nella più o meno volontaria sottovalutazione proprio delle dinamiche di sgonfiamento del bilancio Bce.

Insomma, tutti quanti avevano in mente solo un obiettivo: evitare altri 75 punti base di aumento e ottenere un prodromo di rallentamento del ciclo. In stile Fed. E così è stato, nonostante Germania, Austria e Olanda premessero in senso opposto, ovvero per un altro ritocco da 75 punti base. Il problema è che ragionare in quel modo significa mancare totalmente di prospettiva.

Se infatti la questione dei tassi è ampiamente gestibile e manipolabile, poiché - per stessa e strategica ammissione di Christine Lagarde, questa volta allo European Banking Congress di metà novembre - direttamente legata al grado di profondità della recessione in arrivo, differente è pensare che la Bce possa continuare a mantenere un bilancio monstre a fronte di una liquidità in eccesso che, al netto degli early repayments dei prestiti TLTRO, è ancora enorme. Perché l’inflazione, prima che prezzi in aumento, significa aumento del denaro circolante.

Perché come mostra il grafico su elaborazione di Pictet,

Andamento del controvalore di outstanding dei prestiti TLTRO della Bce Andamento del controvalore di outstanding dei prestiti TLTRO della Bce Fonte: Pictet/Bce

al netto di quanto annunciato dalle banche a livello di rimborso anticipato nella finestra di questo mese, il 2023 si aprirà con ancora qualcosa come circa 1,5 trilioni di euro di liquidità in eccesso nel sistema. E cosa ha fatto crollare gli indici e schizzare gli spread? L’ipotesi di soli 15 miliardi di titoli venduti dalla Bce al mese. E a partire da marzo.

Davvero il problema, quello reale e serio, sta nella decisione dell’Eurotower di dar vita al QT e non nello squilibrio manipolatorio esiziale e ontologico di un mercato che non è in grado di sopportare il minimo drenaggio di liquidità, oltretutto annunciato e da mettersi quindi in preventivo da oltre un mese?

Davvero pensiamo che la Bce sia (o debba essere), oltre che prestatore di ultima istanza in stile Fed dei premi di rischio di Italia, Spagna e Grecia, persino il deus ex machina che garantisce al mercato un flusso di liquidità costante per mantenere oliato il sistema sul rischio di controparte e collaterale degli esotici Level 3 delle banche? Per quale ragione, la Bce dovrebbe essere il garante del casinò dei derivati?

Perché questa è la realtà inconfessabile: se tutto ruota attorno ai vasi comunicanti della liquidità, il dato più eclatante - e questo sì, degno di indignazione - dovrebbe essere quello relativo alla percentuale di attivi verso famiglie e imprese di quei prestiti a tasso zero e lungo termine che ora si vanno a rimborsare. Il resto dove è finito? Nei Level 3, appunto. Che garantiscono profitti, dividendi e bonus.

Il ministro Crosetto con i suoi tweets disperati, chi sta difendendo quindi? L’economia reale dal rischio recessivo, già ampiamente prezzato da tutte le istituzioni finanziarie oppure le banche da perdite e potenziali margin calls in stile fondi pensione britannici? E quel timore è dato dalla solidità del comparto a rischio o dal fatto che una crisi di settore, magari aggravata dall’esplosione degli incagli sul Superbonus, possa comportare un forzato disimpegno di istituti di credito e assicurazioni dagli acquisti di BTP nel 2023, quando appunto la Bce comincerà la dieta?

Non è questione di poco conto in politica, quantomeno a livello di credibilità. E buonafede. Perché l’anno prossimo le necessità di rifinanziamento di debito a medio e lungo termine per il nostro Paese saranno al massimo dal 2010, qualcosa come circa 500 miliardi. E con la Bce a mezzo servizio. Se non assente. Forse è questo che indigna, più che la scelta di alzare i tassi di mezzo punto a fronte di un’inflazione nell’eurozona ancora al 10%?

E se è vero che la componente energetica è predominante, certamente molto più che la domanda, perché quando la Bce definiva transitorio il trend in rialzo dei prezzi, nessuno ha bombardato la Rete di tweets indignati e di messa in guardia dal policy error alle porte? Forse perché all’epoca Francoforte ancora acquistava col badile in seno al Pepp, quindi tutto andava bene?

Finiamola con l’ipocrisia, perché aggrava solo una situazione già grave. E se il vittimismo interessato della politica è capibile (ancorché non accettabile o giustificabile), stante la necessità di un alibi per il fallimento di una Manovra che nemmeno riesce a superare lo scoglio degli emendamenti della stessa maggioranza che l’ha presentata, quello di certi addetti ai lavori - mediatici e non - appare patetico. Se non insultante.