Banda larga e digital divide: c’è spazio per il satellite di Musk in Italia?

Guido Salerno Aletta

11/10/2024

In Italia, mentre si spendono quantità incredibili di denari per la installazione della fibra ottica per le singole abitazioni, il numero degli abbonati cresce pochissimo. Quale futuro per Starlink?

Banda larga e digital divide: c’è spazio per il satellite di Musk in Italia?

In occasione dei recenti incontri tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed il vulcanico plurimiliardario americano Elon Musk, si è riproposta l’ipotesi di utilizzare la piattaforma satellitare Starlink che fa parte del suo impero imprenditoriale al fine di completare la copertura a larga banda nelle aree remote dell’Italia, quelle ritenute “a fallimento di mercato” perché nessun operatore fa gli investimenti necessari in quanto con ci sono ritorni economici sufficienti, ed a cui si provvede con fondi pubblici attraverso Infratel che ne ha affidato la realizzazione ad Open Fiber.

Musk avrebbe offerto di contribuire al costo complessivo dell’operazione, aggiungendo a quanto già previsto dal PNRR un investimento pari a circa la metà dei costi complessivi. L’abbonamento mensile al collegamento a larga banda via satellite sarebbe intorno ai 10 euro mensili, un prezzo molto più abbordabile rispetto a quello che viene praticato al pubblico dagli operatori che si avvalgono delle infrastrutture realizzate da Open Fiber: basta consultare le offerte per verificare che costano almeno il doppio o il triplo.

Se da oltre vent’anni che l’Italia è impegnata nella realizzazione di moderne infrastrutture di telecomunicazioni nelle aree scarsamente abitate, anche in precedenza, quando esisteva il sistema del monopolio pubblico nel settore gestito dalla SIP poi divenuta Telecom Italia, il cosiddetto “servizio universale” si fermava alla periferia dei centri urbani: chi abitava in campagna, se voleva la linea telefonica, doveva contribuire finanziariamente alla realizzazione della rete palificata che raggiungesse la sua abitazione. Erano le aree denominate “FPA”, fuori dal perimetro urbano.

A partire dagli anni Novanta, lo sviluppo vorticoso della telefonia mobile, con reti che potevano contare su migliaia di stazioni radio-base, ha garantito una amplissima copertura del territorio. Ed il passaggio da una generazione all’altra, passando dal TACS al GSM e poi all’UMTS fino al 5G, ha consentito la diffusione di comunicazioni a larga banda praticamente dappertutto. La rete storica telefonica basata sui doppini in rame si è parimenti evoluta attraverso il sistema ADSL.
La idea di utilizzare la fibra ottica per garantire connessioni fisiche a larghissima banda delle singole abitazioni (FTTH - Fiber To The Home), che consentono la trasmissione di enormi quantità di dati, ha trovato due ostacoli: da una parte gli enormi costi di costi di istallazione e conseguentemente degli abbonamenti, e dall’altra il continuo miglioramento delle diverse generazioni di ADSL a costi convenientissimi e senza limiti di consumo.

Il paradosso è che in Italia, mentre si spendono quantità incredibili di denari per la installazione della fibra ottica disponibile per le singole abitazioni, una infrastruttura che comunque richiede ai nuovi abbonati un contributo economico per l’effettiva realizzazione dell’allaccio, il numero degli abbonati cresce pochissimo: nel 2023, secondo l’ultimo rapporto del FTTH Council, mentre si era arrivati a “raggiungere” con la fibra ottica ben 15,5 milioni di abitazioni, il numero degli abbonati era di appena 4,2 milioni. In pratica, visto che si era abbonato solo il 26,9% del totale di coloro che potevano avvalersi della nuova infrastruttura, tre linee su quattro erano rimaste inutilizzate: finora sono stati investimenti a vuoto, e l’unico modo per forzare la sottoscrizione è di “spegnere la rete in rame”, una decisione politica molto dura da prendere perché significa alzare di molto il costo della bolletta telefonica delle famiglie.

Ci sono tecnologie radio, come il Wi-Max, che consentono di realizzare reti terrestri punto-multipunto nelle aree poco abitate, per connessioni a larga banda, molto efficienti e soprattutto estremamente economiche in termini di investimento e di utilizzo: in sostanza, si crea un Wireless Local Loop per coprire l’ultimo miglio per consentire l’accesso. Un’antennina messa sul tetto, utilizzando lo stesso cavo dell’antenna televisiva combinata con un sistema di miscelazione dei segnali, rende il tutto semplicissimo anche per l’utente.
Sono molti gli operatori di telecomunicazioni che già oggi offrono l’accesso via radio (FWA – Fixed Wireless Access) a prezzi contenuti, compresi tra i 25 ed i 30 euro mensili, offrendo una velocità di 300 Mb/s.
E per il satellite? E’ una soluzione perfetta per le situazioni estreme, nei deserti o nella navigazione in alto mare. Il suo utilizzo nelle aree isolate rappresenta ovviamente l’unica soluzione possibile se non ci sono altri sistemi di collegamento via etere terrestre, avendo ormai costi ampiamente abbordabili se si accettano i piani tariffari che prevedono un rallentamento della velocità di trasmissione nelle ore di punta.

D’altra parte, l’orografia italiana densa di montagne e colline ben si presta alle comunicazioni via radio, con collegamenti in visibilità che sono straordinariamente efficaci per la trasmissione dei segnali: ed il satellite per telecomunicazioni, in cielo, non ha a bordo altro che una stazione ricetrasmittente che deve comunque collegarsi a terra per raccogliere e rimandare i dati richiesti da chi gli si collega per comunicare.
Ogni sistema, dalla fibra ottica alle tecnologie radio, ha caratteristiche diverse, in termini di velocità di trasmissione, di costi di investimento e di spese mensili: nelle telecomunicazioni c’è spazio per tutti. Anche per il satellite, anche se in l’Italia è oggettivamente davvero piccolino.