Perché le banche italiane dichiarano guerra ai grandi conti correnti

Pierandrea Ferrari

23 Marzo 2021 - 12:20

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Nell’ultimo anno, complice la pandemia, il volume dei depositi dei risparmiatori e delle imprese si è ingigantito. Ma quella che per le banche italiane era tradizionalmente una fonte di raccolta è diventata, con i tassi negativi, un costo. Da tagliare.

Perché le banche italiane dichiarano guerra ai grandi conti correnti

Il boom dei depositi dell’ultimo anno, con la liquidità parcheggiata dai risparmiatori che è aumentata di quasi 200 miliardi di euro, mette con le spalle al muro il sistema bancario italiano.

Se una volta la liquidità nei conti correnti era una fonte primaria di raccolta per gli istituti di credito nostrani, in regime di tassi negativi di mercato le grandi giacenze finiscono per rappresentare un costo da tagliare.

Una conseguenza indiretta della crisi pandemica, questa, che accomuna l’Italia alle prime due economie dell’Area Euro, Germania e Francia, dove però vengono ora introdotti dei tassi negativi sui conti correnti superiori ai 100.000 euro, misura non applicabile dal sistema bancario italiano.

Le banche italiane contro i grandi conti correnti

Gli ultimi dati snocciolati da Abi, relativi al mese di febbraio, evidenziano un nuovo aumento del 10,2% del volume dei depositi bancari degli italiani, arrivati ora a quota 1.746 miliardi di euro. A spingere il risparmio le congiunture negative della pandemia, tra crisi del lavoro e ristori insufficienti, vista l’ultima posizione dell’Italia nella classifica europea per bonus e aiuti economici anti-Covid.

Ma in tempi di politiche ultraespansive della BCE e di tassi negativi i grandi conti correnti finiscono per costituire un costo per le banche italiane, che ora si ritrovano a fare la guerra alle giacenze non investite. In questa direzione si muove Fineco Bank, che in una lettera inviata ai correntisti ha annunciato di essere pronta a chiudere i conti di quei clienti che hanno parcheggiato oltre 100.000 euro e che non hanno in essere alcun tipo di finanziamento o investimento. Il tutto per far fronte ad un aumento dei costi di gestione della liquidità stimato in 24,5 euro trimestrali - su quel volume di deposito - rispetto al 2019.

L’obiettivo dichiarato della banca meneghina, ovviamente, è di indurre i grandi risparmiatori ad investire, in una strada sempre più battuta dagli istituti italiani. Sulla scia di Fineco si muovono infatti anche Bper Banca e Unicredit, pur non minacciando la chiusura dei conti: la prima ha annunciato la prossima applicazione di una commissione di liquidità rilevante sui conti di nuova apertura di imprese e partite iva superiori ai 100.000 euro, mentre la seconda introdurrà una commissione di giacenza.

Più cauta, invece, BNL, che ha deciso di addebitare 1.000 euro ogni trimestre sulle giacenze superiori al milione, mentre Banco Bpm sta pensando di applicare delle nuove commissioni proporzionate al volume del deposito del risparmiatore.

Tassi negativi in Germania e in Francia

Diversa, invece, la situazione nelle prime due economie dell’Eurozona. In Germania, dove l’aumento dei depositi è stato inferiore rispetto alla media europea, la Sparkasse di Monaco – cassa di risparmio – ha scelto un tasso negativo sui conti superiori ai 100.000 euro, così come deciso lo scorso settembre da alcune banche francesi per le giacenze di correntisti con patrimoni elevati.

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