Avere un lavoro non basta più per il benessere economico. Nonostante la povertà continui a essere associata esclusivamente alle persone più vulnerabili e fuori dal mondo del lavoro, si tratta di un fenomeno sfaccettato e che da tempo, in Italia più che altrove, tocca in realtà da vicino anche quelle che hanno un impiego.
Tra retribuzioni basse e precarietà, il fenomeno è trasversale e riguarda più strati della popolazione: anche chi dispone di un reddito per provvedere ai costi di casa, energia, trasporti e spese di prima necessità. Il nostro è uno dei paesi europei più colpiti dal lavoro povero, cioè dall’occupazione che non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente.
Si parla di rischio di povertà per indicare la quota di popolazione che ha un reddito disponibile inferiore a una soglia convenzionale, fissata al 60% del reddito disponibile medio-equivalente nazionale. Pur non implicando necessariamente un basso tenore di vita, è un valore rivelatore dei soggetti che rischiano di non riuscire a provvedere alle spese per i servizi di base.
Se si guarda alla popolazione generale, i dati Eurostat dicono che in Italia vivono quasi 13,3 milioni di persone a rischio povertà o esclusione sociale, pari al 22,6% della cittadinanza, a livelli superiori a quelli dell’Eurozona (21,4%). Come indicato dal grafico, le barre arancioni si riferiscono alla popolazione nel complesso: nell’Eurozona siamo al sesto posto per quota di persone a rischio povertà o esclusione sociale, dietro solo a Bulgaria, Grecia, Lituania, Spagna e Lettonia. In questo campione sono considerate tutte le categorie della popolazione, come i pensionati, gli studenti, i disoccupati e gli inattivi. Sono naturalmente ricompresi anche i lavoratori, per i quali l’Ufficio statistico dell’Ue fornisce un dettaglio separato, indicando quindi chi si trova a rischio povertà nonostante abbia un lavoro.
L’Europa a rischio povertà
Quota di persone rischio di povertà/esclusione sociale e lavoratori poveri (sul totale degli occupati)
I lavoratori poveri
La categoria dei working poor, cioè quella dei lavoratori poveri che non percepiscono abbastanza per porsi al di sopra della soglia di povertà pur avendo un impiego, è una delle più attenzionate dal dibattito economico degli ultimi anni, soprattutto in Italia. Il nostro paese ha un’incidenza di lavoratori a rischio povertà molto più alta della media e che risulta più intensa rispetto a quella riferita alla popolazione nel suo complesso. Se infatti, come anticipato, quel 22,6% di residenti a rischio povertà pone l’Italia al sesto posto nell’Eurozona, limitando l’analisi ai lavoratori il quadro peggiora. Nel nostro paese i working poor nel 2025 sono stati il 10,2%, contro una media Eurozona dell’8,3%, un livello che in questo caso vale il quarto posto (dietro a Bulgaria, Spagna e Romania) e suggerisce tutte le difficoltà del mercato del lavoro italiano, caratterizzato perlopiù da paghe insufficienti a reggere il costo della vita.
Di recente il tema è emerso in occasione del Report statistico 2026 della Caritas. Il 24% delle persone che si rivolgono all’ente ha un lavoro. Negli ultimi dieci anni l’incidenza degli occupati che chiedono aiuto è raddoppiata e risulta elevata soprattutto per chi ha tra i 35 e i 54 anni. La diffusione del lavoro povero è una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni, tra bassi salari, precarietà contrattuale e part time involontario (molto diffuso in Italia). Tendenzialmente chiede aiuto chi ha bassa qualificazione e spesso proviene dai settori dell’edilizia, della ristorazione e del commercio ambulante. Tuttavia, a essere in difficoltà di recente è anche chi ha conseguito titoli di studio avanzati.
Le retribuzioni in calo
L’Italia è l’unico tra i grandi paesi europei ad aver registrato una contrazione dei salari reali tra i primi anni ’90 e i primi 2020: nel periodo 1991-2023 il calo è stato del 3,4%, mentre in Francia e in Germania sono cresciuti di circa il 30% e del 25% a livello medio Ocse. Tra il 2021 e il 2024 la caduta è stata invece ancora più brusca: -8% per l’Italia. La perdita prolungata di potere d’acquisto spiega perché, anche tra chi ha un impiego, il rischio di povertà sia così elevato. Quando i salari reali si riducono per decenni mentre il costo della vita aumenta, il lavoro perde progressivamente la sua funzione di tutela economica: è proprio questa erosione strutturale che alimenta il fenomeno dei working poor, rendendo sempre più sfumato il confine tra chi lavora e chi, nonostante il lavoro, fatica a raggiungere un tenore di vita dignitoso.
La Commissione europea ha fissato obiettivi legati al rischio di povertà, ambiziosi e misurabili, per rafforzare i diritti dei lavoratori e ridurre le disuguaglianze sociali nei paesi membri entro il 2030. Un primo obiettivo è ridurre di almeno 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale nell’intera Unione, il secondo prevede che almeno il 60% degli adulti dovrebbe partecipare ogni anno a qualche attività di aggiornamento o formazione professionale, in modo da adattarsi ai rapidi cambiamenti del mondo del lavoro. Il terzo riguarda proprio l’occupazione: almeno il 78% della popolazione europea tra i 20 e i 64 anni dovrebbe avere un lavoro. Oggi a livello europeo siamo già al 76%, mentre per l’Italia è superiore al 67%, ai livelli più alti sempre, pur essendo un record che in realtà nasconde un mercato del lavoro di bassa qualità.
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