Aumento stipendi ma non salario minimo, cosa prevede la proposta del governo per le buste paga

Simone Micocci

11 Agosto 2023 - 15:52

Salario minimo, Giorgia Meloni dice no ma ha comunque un piano per far crescere gli stipendi (cominciando dalla detassazione degli aumenti).

Aumento stipendi ma non salario minimo, cosa prevede la proposta del governo per le buste paga

Giorgia Meloni ha garantito che il suo governo ha intenzione di tutelare anche chi oggi guadagna meno rispetto alla cifra che le opposizioni vorrebbero fissare per il salario minimo, ossia 9 euro al mese.

Tuttavia, nell’incontro che si terrà oggi tra le parti Giorgia Meloni non aprirà al salario minimo per tutti i lavoratori, visto che resta convinta del fatto che fissare per legge una soglia minima rischia di comportare un livellamento al ribasso dei salari in Italia. La presidente del Consiglio ha comunque assicurato di volersi interessare a tutti quei lavoratori che oggi non sono sufficientemente tutelati dalla contrattazione collettiva e per questo motivo si trovano a guadagnare meno rispetto ai 9 euro (lordi) che le opposizioni vorrebbero prevedere per legge.

E per farlo presenterà un piano alle opposizioni - che tuttavia non intendono arretrare sul salario minimo e per questo motivo l’incontro di oggi potrebbe concludersi con un nulla di fatto - che prevede una serie di misure alternative per aumentare gli stipendi degli italiani.

Più forza ai rinnovi contrattuali

Uno dei problemi del mercato del lavoro riguarda il fatto che molti dei contratti collettivi oggi risultano essere scaduti, con le retribuzioni che quindi non tengono il passo con il costo della vita.

A tal proposito, già il governo Draghi aveva pensato a come incentivare i rinnovi, salvo poi dover rinunciare al suo piano a causa della crisi di governo. Adesso Giorgia Meloni ci riprova e tra le misure in programma ce n’è una che già era circolata nella scorsa legislatura.

Nel dettaglio, si punta a detassare - totalmente o parzialmente - gli aumenti di stipendio riconosciuti a seguito dei rinnovi di contratto, operazione che potrebbe rientrare nel più ampio pacchetto della riforma fiscale. In questo modo ci sarebbe più margine di manovra durante le varie fasi della concertazione, visto che si potrebbero riconoscere degli aumenti di stipendio rilevanti con un minimo esborso da parte delle aziende.

Una misura in continuità con lo sgravio contributivo che conferma quindi l’intenzione del governo di proseguire in direzione di un taglio del cuneo fiscale così che anche un piccolo aumento dello stipendio lordo possa garantire una maggiore liquidità nelle tasche dei lavoratori.

Obiettivo a cui si aggiunge anche la detassazione sui fringe benefit, come pure il taglio dell’imposta - dal 10% al 5% - per i premi di risultato.

Salario minimo limitato ad alcuni settori?

L’altra ipotesi è quella di fissare sì un salario minimo ma di limitarlo solamente ad alcuni settori. In questo modo, esclusivamente per quei pochi lavoratori che oggi lavorano senza la tutela solitamente offerta da un contratto collettivo ci sarebbe l’obbligo per il datore di attenersi a una soglia di stipendio minimo fissata dalla legge.

Niente più contratti con sindacati poco rappresentativi

Un altro dei problemi della contrattazione collettiva è che bastano un sindacato più o meno rappresentativo e un’associazione datoriale per firmare un nuovo contratto.

Ciò ha fatto sì che in alcuni casi ci fossero dei sindacati creati ad hoc o comunque poco rappresentativi che in accordo con le aziende hanno sottoscritto dei contratti molto meno vantaggiosi rispetto a quelli firmati dai sindacati confederali. Si tratta del cosiddetto fenomeno del dumping contrattuale, o contratti pirata, a cui il governo sta valutando se mettere un freno fissando una soglia di rappresentatività minima per i sindacati che firmano un contratto collettivo.

In questo modo si conta anche di ridurre il numero di Ccnl oggi presenti in Italia, talmente tanti che anche il Cnel fatica a tenerne conto.

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