Anche la Germania dice addio al Reddito di cittadinanza

Simone Micocci

26 Marzo 2026 - 11:04

Il fallimento del Reddito di cittadinanza è confermato: anche la Germania dice addio alla misura.

Anche la Germania dice addio al Reddito di cittadinanza

Il Reddito di cittadinanza è fallito? In Italia questa misura non esiste più dal 2024: la sua abolizione è stata infatti tra i primi interventi varati dal governo Meloni.

Ora però anche la Germania, spesso indicata come modello dallo stesso Movimento 5 stelle, ha scelto di cambiare rotta. Addio al Bürgergeld, il “reddito di cittadinanza” tedesco: come già avvenuto nel nostro Paese con il passaggio all’Assegno di inclusione, sarà sostituito da una nuova misura caratterizzata da una maggiore condizionalità. Un intervento più severo, dunque, che sembra muoversi nella stessa direzione intrapresa dall’Italia con qualche anno di anticipo.

Una scelta che riaccende il dibattito sulla sostenibilità di un reddito universale - obiettivo teorico a cui si sarebbe dovuti arrivare proprio partendo dal Reddito di cittadinanza - e che molti ritengono ancora lontano dall’essere un progetto realmente maturo, nonostante le posizioni favorevoli espresse, tra gli altri, da Elon Musk.

Addio al Reddito di cittadinanza in Germania

La Germania, quindi, ha scelto di archiviare il Bürgergeld, il sussidio introdotto per sostenere i disoccupati di lunga durata e accompagnarli verso il reinserimento lavorativo. Dopo settimane di trattative tra l’Union (CDU/CSU) e la Spd, il Parlamento ha approvato una riforma che segna un cambio di impostazione nella politica sociale tedesca: il sostegno al reddito resta, ma sarà più condizionato e orientato al rapido ingresso nel mercato del lavoro.

Il nuovo strumento - che avrà anche una diversa denominazione rimarcando quindi la stessa operazione fatta dal governo Meloni - prevede regole più severe per i beneficiari. Ad esempio, in caso di rifiuto di un’offerta di lavoro considerata congrua è prevista una decurtazione dell’indennità fino al 30%, mentre la mancata partecipazione agli appuntamenti fissati dai centri per l’impiego potrà comportare persino la revoca totale del sussidio dopo tre assenze. L’obiettivo dichiarato è ridurre la permanenza nei sistemi di assistenza e favorire un inserimento occupazionale più rapido, anche accettando impieghi non pienamente in linea con il proprio percorso professionale.

Nel contempo, la riforma modifica anche il cosiddetto Karenzzeit, il periodo di tutela durante il quale lo Stato copre integralmente i costi dell’alloggio. In futuro questa garanzia sarà limitata a un solo anno ed entro un tetto massimo, mentre le spese energetiche saranno rimborsate solo se ritenute adeguate. Chi vive in abitazioni con affitti elevati potrebbe quindi essere costretto a trasferirsi o a utilizzare risparmi personali per coprire la differenza. Una prospettiva che ha già suscitato le critiche dell’associazione tedesca degli inquilini, secondo cui il problema degli affitti alti non dipende da scelte individuali ma dalla carenza di alloggi accessibili.

Il fallimento generale del Reddito di cittadinanza

L’esperienza del Reddito di cittadinanza, in Italia come in altri Paesi europei, ha riaperto un interrogativo di fondo sulla reale efficacia di strumenti di sostegno economico non pienamente condizionati alla ricerca attiva di un impiego. L’idea alla base era quella di garantire una tutela contro la povertà e, allo stesso tempo, favorire il reinserimento nel mercato del lavoro. Nei fatti, però, il bilancio appare controverso.

Secondo molti osservatori, una parte significativa dei beneficiari non ha colto l’opportunità del sussidio come misura temporanea per riqualificarsi o ricollocarsi, ma lo ha vissuto come una forma di sostegno stabile sul quale accomodarsi. Proprio per questo, con il passaggio all’Assegno di inclusione, l’Italia ha scelto di restringere la platea dei destinatari, escludendo tra l’altro le persone considerate “occupabili” e introducendo criteri più stringenti. Una linea che trova oggi un riscontro anche nella riforma tedesca, dove si punta su vincoli più severi e su un maggiore obbligo di attivazione.

Il dibattito resta comunque aperto. Da un lato c’è chi ritiene che un sistema di sostegno al reddito debba essere accompagnato da controlli rigorosi e da un forte incentivo al lavoro, per evitare effetti di disincentivo alla partecipazione. Dall’altro c’è chi invece sottolinea come le difficoltà di inserimento occupazionale dipendano spesso da fattori strutturali - dalla qualità dell’offerta di lavoro alla formazione disponibile - e non solo dalla volontà individuale.

In questo contesto si inserisce anche la discussione sul futuro del lavoro e sul possibile ruolo di un reddito universale. Alcuni imprenditori e analisti, tra cui Elon Musk, ipotizzano che l’aumento della produttività legato all’intelligenza artificiale possa rendere sostenibile, nel lungo periodo, l’introduzione di forme più ampie di sostegno economico generalizzato. Tuttavia, allo stato attuale, mancano sia le condizioni economiche che quelle sociali per una trasformazione di questa portata.

La realtà odierna sembra infatti orientarsi verso modelli di welfare più selettivi e condizionati, nei quali il sostegno pubblico è sempre più legato alla disponibilità a lavorare e alla partecipazione attiva a percorsi di reinserimento. Un equilibrio difficile tra tutela dalla povertà e sostenibilità dei conti pubblici, che continuerà a segnare il dibattito politico ed economico nei prossimi anni.

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