Quando un uomo con le sanzioni incontra un uomo con le materie prime, l’uomo con le sanzioni è un uomo morto. Le sanzioni economiche imposte dall’Unione europea e degli Stati Uniti alla Russia a partire dal 2014, a seguito dell’annessione della Crimea, e in maniera massiccia dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, non hanno impedito alla Federazione russa di sorpassare il Giappone e diventare la quarta economia mondiale.
Il duplice obiettivo delle sanzioni occidentali era chiaro: isolare la Russia a livello internazionale e impedirle di supportare un’economia in grado di portare avanti l’operazione militare in Ucraina. «Le misure sono concepite per indebolire la base economica della Russia, privandola di tecnologie e mercati fondamentali e limitando in modo significativo la sua capacità bellica» si legge sul sito dell’Unione europea che sottolinea come le sanzioni riguardino «i settori finanziario, commerciale, energetico, dei trasporti, della tecnologia e della difesa della Russia, nonché i servizi forniti alla Russia o a cittadini russi».
Le sanzioni economiche hanno fallito
Le sanzioni alla Russia non hanno raggiunto i risultati sperati dai leader occidentali e hanno pesantemente danneggiato le economie dei Paesi europei, a cominciare dalla Germania. Ora, secondo i dati rivisti della Banca Mondiale pubblicati all’inizio del mese, l’economia russa ha superato il Giappone diventando la quarta più grande del mondo in termini di Ppa (parità di potere d’acquisto). In precedenza, la Russia aveva scalzato proprio la Germania, diventando la quinta economia mondiale. Gli economisti stimano che il potenziale di crescita della Russia sia aumentato dall’1-1,5% di prima della guerra al 3,5% circa attuale. L’anno scorso, la crescita economica della Russia aveva colto di sorpresa gli analisti con una crescita del 3,6%: quest’anno la Banca Mondiale ha già quasi triplicato le previsioni di crescita dall’1,1% al 3,2%.
«La Russia è al quarto posto in termini di PIL a parità di potere d’acquisto davanti al Giappone», ha confermato il presidente russo, Vladimir Putin, che ha citato i dati della Banca Mondiale durante la sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), lo scorso 7 giugno. «Russia, Repubblica Federale Tedesca, Giappone: siamo vicini, la differenza è minima. Siamo in vantaggio, ma il margine è ridotto. Ma siamo consapevoli che le posizioni di leadership devono essere costantemente confermate e rafforzate. Anche gli altri Paesi non stanno fermi», ha osservato il leader russo.
Perché le sanzioni non funzionano
Come ammesso anche dal New York Times lo scorso febbraio «l’economia russa è in costante crescita. La Russia non può comprare molto dall’Occidente, ma ha trovato nuovi fornitori di droni, attrezzature di sorveglianza, chip per computer e altre attrezzature. Le sue vendite di petrolio e gas sono ancora forti, nonostante i tentativi di fermarle. I funzionari russi affermano di avere molti soldi per pagare la loro guerra». Ma perché le sanzioni non funzionano? Per applicare le varie sanzioni, osserva Politico, sono «necessarie risorse legali, finanziarie e persino militari,» sia che si tratti di respingere azioni legali da parte di cittadini russi i cui soldi sono congelati o di «assumere ispettori nei porti commerciali. Ma i paesi che perseguono la campagna non hanno sempre gli stessi obiettivi».
Nel frattempo Mosca è riuscita ad aggirare l’isolamento e si è rivolta ad altri Paesi - come Iran, Cina, o Corea del Nord - per acquistare, vendere e spostare prodotti, comprese armi da utilizzare contro l’Ucraina. Così come l’India, che ha aumentato gli acquisti di petrolio russo dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi. In generale, le sanzioni imposte - soprattutto dagli Stati Uniti - difficilmente sono efficaci, soprattutto in un contesto multipolare come quello attuale. È bene infatti ricordare che la Russia è solo uno dei 23 Paesi al mondo che Washington ha deciso di sanzionare. «La realtà è che le sanzioni a volte sono efficaci, ma molto spesso no, ed è difficile prevedere con precisione quando funzioneranno», afferma Agathe Demarais nel suo libro Backfire: How Sanctions Reshape the World Against US Interests.
Demarais lavora presso l’Economist Intelligence Unit, come direttore delle previsioni globali. In precedenza, ha lavorato sulle sanzioni per il governo francese, in qualità di consulente politico senior del Tesoro. Secondo un esame di tutte le sanzioni statunitensi dal 1970, ad oggi hanno funzionato solamente nel 13% dei casi. In tutti gli altri casi, i Paesi non hanno «modificato» il loro comportamento secondo i desiderata di Washington. Forse è il caso di cambiare strategia.