L’Italia, tradizionalmente vista come fanalino di coda in termini di competitività, sta superando la Germania su un terreno inatteso.
Esiste un indicatore silenzioso ma estremamente rivelatore dello stato di salute di un sistema economico: la direzione in cui si muovono i grandi patrimoni. Non parliamo dei capitali speculativi di breve periodo, ma di persone fisiche, imprenditori, i detentori di ricchezze globali che decidono dove vivere, dove pagare le imposte, dove stabilire il centro dei propri interessi.
Negli ultimi anni questo flusso mostra un’evidenza dalla portata eccezionale: la Germania perde attrattività, mentre l’Italia guadagna terreno.
L’Italia sorpassa la Germania
Berlino è stata a lungo percepita come l’ancora di stabilità dell’Europa continentale con la sua industria solida e le sue rigorose finanze pubbliche. Ma negli ultimi tempi il modello tedesco ha iniziato a mostrare crepe profonde, colpa di una crescita anemica, della crisi energetica dopo la rottura degli equilibri con la Russia e della forte pressione fiscale. Tutti fattori che, progressivamente, hanno eroso l’appeal del Paese agli occhi di imprenditori e grandi contribuenti. In Germania la tassazione sui redditi elevati supera il 45%, a cui si sommano contributi e imposte patrimoniali indirette che rendono il carico complessivo particolarmente pesante per chi ha in tasca dei redditi importanti.
L’Italia ha invece scelto una strada controintuitiva rispetto al suo approccio alla fiscalità. Con il regime per i nuovi residenti introdotto nel 2017, Roma ha deciso di competere nel capo dell’attrazione dei grandi patrimoni. Il meccanismo prevede un’imposta sostitutiva forfettaria sui redditi prodotti all’estero, indipendente dal loro ammontare, applicabile per un periodo pluriennale. La soglia è stata aggiornata nel tempo, ma il messaggio è rimasto sempre lo stesso: se porti la tua residenza fiscale in Italia, puoi contare su un costo certo e prevedibile per la tassazione dei tuoi asset a livello globale.
In un’Europa in cui diversi governi discutono di patrimoniali, minimum tax e armonizzazione fiscale, l’Italia ha fatto l’opposto. Ha sfruttato la mobilità dei grandi patrimoni e la fine (o quantomeno il ridimensionamento) dei regimi agevolati in altri Paesi per presentarsi come alternativa credibile. Il risultato? Sempre più milionari e miliardari ha scelto Milano, il lago di Como, la Toscana o la Liguria come nuova base fiscale.
Il confronto con Berlino
Il confronto con la Germania diventa inevitabile. Mentre l’Italia registra un afflusso netto di individui ad alto patrimonio (HNWI), la Germania assiste a un’uscita progressiva della ricchezza privata, dalle delocalizzazioni aziendali ai trasferimenti personali. Con l’economia che rallenta e l’incertezza intorno all’industria, molti imprenditori tedeschi guardano oltre confine. Alcuni scelgono la Svizzera, altri gli Emirati, altri ancora valutano proprio l’Italia, attratti da un mix di fiscalità più leggera sui redditi esteri e qualità della vita superiore.
Milano, in particolare, si è trasformata nel simbolo di questa nuova competitività a livello europeo. La città offre infrastrutture finanziarie di livello, efficienza nei collegamenti internazionali e un ecosistema professionale in grado di gestire patrimoni complessi. Così, gli studi legali e tributari specializzati nel regime dei nuovi residenti hanno visto crescere esponenzialmente le richieste di consulenza.
I ricchi non scelgono l’Italia per il clima e il buon cibo. O, almeno, non solo. Forse per la prima volta, la motivazione alla base della scelta è una pianificazione fiscale sofisticata.
L’impatto sull’economia italiana
L’impatto economico per l’Italia è tangibile. Ogni nuovo residente che aderisce al regime versa un’imposta forfettaria sostanziosa e alimenta un indotto che coinvolge immobiliare di fascia alta, servizi finanziari e consumi di lusso. In aree come il centro di Milano o le località più esclusive del Nord Italia, la domanda internazionale ha sostenuto i prezzi e gli investimenti anche in fasi di mercato complesse. Parliamo di capitali che, almeno in parte, rimangono nel circuito economico nazionale.
La Germania, al contrario, si trova stretta tra esigenze di bilancio e politiche rigide. Il freno costituzionale al debito limita la capacità di stimolo fiscale, e intanto la pressione per finanziare la transizione energetica e il welfare mantiene alta la tassazione. In questo contesto, la competitività fiscale non è una priorità politica.
Non è tutto oro quel che luccica
Non mancano le critiche verso il modello italiano. Nel nostro Paese sono i lavoratori dipendenti e le imprese ad accollarsi gran parte del carico fiscale; prevedere un regime privilegiato per i redditi esteri dei super-ricchi ci interroga sull’equità del sistema. Ma se allarghiamo il focus, nella logica della concorrenza tra Stati, la scelta sembra pragmatica. Quella di intercettare una quota di ricchezza che altrimenti fluirebbe verso altre destinazioni.
Quel che ne ricaviamo, almeno per il momento, è che l’Italia, tradizionalmente vista come fanalino di coda in termini di competitività, sta superando la Germania su un terreno inatteso. È un ribaltamento simbolico potente. Berlino resta una potenza industriale, ma sul piano della mobilità fiscale delle élite economiche il vento soffia verso sud.
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