Alghe tossiche, bagnanti coraggiosi e investitori incoscienti: una lezione genovese sul rischio

Guido Giaume

06/07/2025

Come le alghe tossiche a Genova ci svelano i meccanismi nascosti della mente quando investiamo: perché temiamo le perdite certe e sottovalutiamo i rischi futuri.

Alghe tossiche, bagnanti coraggiosi e investitori incoscienti: una lezione genovese sul rischio

Cosa hanno a che fare le alghe pericolose a Genova e gli investimenti finanziari? All’apparenza nulla, eppure c’è un filo rosso che li lega in modo sorprendente.

In questi giorni Genova è finita sui giornali per la proliferazione di alcune alghe che, complice il caldo anomalo del mare, possono provocare disturbi respiratori anche gravi. Le autorità hanno giustamente sconsigliato la balneazione, in alcuni casi vietandola del tutto. Ma — con buona pace dei divieti — molti genovesi hanno deciso comunque di entrare in acqua. Perché?

Il motivo è semplice: fa caldo. Il disagio è qui, adesso, immediato. Invece la malattia è solo un’ipotesi futura, un rischio magari reale ma lontano, nebuloso.

E questo, paradossalmente, ci insegna molto sulla psicologia degli investimenti.

Infatti la finanza comportamentale ha studiato a fondo quella che viene chiamata percezione asimmetrica del rischio: gli esseri umani tendono a comportarsi in maniera opposta di fronte a un guadagno certo rispetto a una perdita certa. Se abbiamo un profitto tra le mani, siamo tentati di incassare in fretta — la famosa “paura di perdere il guadagno” — mentre se siamo in perdita, il nostro cervello ci spinge a rischiare ancora, nella speranza di recuperare.

È come se ci facesse più male una perdita realizzata che un rischio futuro. Tradotto: preferiamo la speranza (spesso illusoria) di tornare in pari a un taglio doloroso ma immediato.

Il parallelo con i bagnanti genovesi è quasi perfetto. La “perdita certa” per loro è il caldo soffocante sulla spiaggia; il “guadagno” è un bel bagno fresco e immediato. Il rischio, cioè un problema respiratorio fra qualche giorno, resta sullo sfondo, in un futuro incerto che il cervello decide di sottovalutare.

Il risultato? Si tuffano lo stesso, come molti investitori mantengono posizioni in perdita sperando che risalgano.

In fondo il nostro istinto primordiale è orientato a gestire rischi immediati, non rischi lontani o probabilistici. Per decine di migliaia di anni abbiamo dovuto preoccuparci di leoni e serpenti, non di BTP, ETF o alghe tossiche. Il nostro cervello non è cambiato poi così tanto, e in certe circostanze continua a ragionare con logiche da cacciatore-raccoglitore.

A ben vedere questa tendenza è la principale nemica di ogni investitore. Perché la regola d’oro sarebbe chiarissima: lascia correre i guadagni e taglia le perdite. Invece la maggior parte delle persone fa l’opposto: prende profitto troppo presto e resta attaccata alle perdite troppo a lungo.

Vale la pena ricordare un aneddoto storico piuttosto crudo ma illuminante. A Costantinopoli, nel Medioevo, i condannati a morte potevano “giocarsi” la vita in una corsa contro il boia: se fossero riusciti a scappare, avrebbero avuto salva la vita. I boia, va detto, erano scelti tra i corridori più veloci dell’impero, quindi di fatto le probabilità di salvarsi erano quasi nulle. Ma la maggior parte dei condannati accettava comunque la sfida: meglio un’ultima, disperata possibilità che la certezza di morire.

Dal punto di vista psicologico, non è molto diverso da chi tiene in portafoglio un titolo che ha perso il 50% “perché tanto prima o poi risale”, oppure da chi non ascolta i segnali di pericolo e continua a investire senza diversificare.

In fondo è la stessa illusione di controllo: vogliamo credere che la nostra scelta disperata — correre davanti al boia, restare in acqua con le alghe, non vendere un’azione in perdita — possa ribaltare il destino.

Ecco allora che la vicenda delle alghe genovesi ci insegna molto più di quanto sembri:

  • Il rischio percepito è sempre distorto dal nostro bisogno immediato.
  • La perdita certa ci spinge ad accettare rischi enormi, pur di evitarla.
  • Il guadagno certo ci rende cauti, forse troppo, nel lasciarlo crescere.

Il punto è che i mercati, al contrario del mare di Genova, non hanno pietà. Non perdonano chi ignora la gestione del rischio. Così come le alghe non fanno sconti a chi, pur avvisato, si tuffa lo stesso.

Quindi, la prossima volta che pensate di “tenere duro” su un titolo che affonda o di vendere troppo in fretta un investimento vincente, provate a ricordare i bagnanti di Genova e i condannati di Costantinopoli. È la stessa storia che si ripete, solo con scenari diversi.

Perché la finanza, proprio come il mare, non premia i più coraggiosi, ma chi sa rispettare le regole — anche se possono sembrare dure.