Da un lato il rinfocolarsi delle minacce inflazionistiche a causa della guerra in Iran. Da un lato, il mercato del lavoro che assiste al calo inatteso delle buste paga.
Shock dal mercato del lavoro USA, tra l’altro in tempi di guerra. Nel mese di febbraio i Non Farm Payrolls (NFP) sono scesi di 92.000 unità, decisamente peggio della crescita di 59.000 unità attesa dal consensus degli analisti.
Non solo. Il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti è salito al 4,4%, rispetto al 4,3% precedente, posizionandosi a un livello più elevato delle previsioni, pari a un tasso invariato al 4,3%.
Shock negativo dai Non Farm Payrolls USA. Wall Street rimane spiazzata
La pessima notizia arriva mentre i mercati si chiedono ormai da un po’ di giorni cosa deciderà di fare la Fed, ancora nelle mani di Jerome Powell, in occasione della prossima riunione di politica monetaria.
Prima della pubblicazione del report occupazionale USA, i mercati stavano scommettendo su tagli dei tassi sui fed funds da parte della Fed pari a -35 punti base nel corso del 2026 e su un nulla di fatto nel corso della prossima riunione del FOMC, attesa per i prossimi 17-18 marzo, con una probabilità del 99%.
Un esito tuttavia tanto negativo del report occupazionale USA costringe gli analisti, e la stessa Fed, a rifare un po’ di conti.
Wall Street rimane spiazzata, con i futures sul Dow Jones che sono scivolati subito di più di 400 punti.
Occhio al trend degli indici azionari USA S&P 500, Nasdaq Composite e Dow Jones.
Febbraio terzo mese in cui Non Farm Payrolls scendono, Fed troppo ottimista?
La Fed ha per caso fatto qualche errore di valutazione?
La domanda è d’obbligo, se si considera che, nell’ultima riunione del FOMC, il Presidente della Fed Jerome Powell ha mostrato addirittura più fiducia nelle condizioni di salute dei fondamentali economici degli States.
E, invece, non solo le buste paga sono scese, nel mese di febbraio.
Il dipartimento del Lavoro USA ha comunicato di avere anche rivisto al ribasso il numero delle buste paga di gennaio, salite di 126.000 unità, rispetto alla crescita di 130.000 unità inizialmente annunciata.
Febbraio si conferma inoltre il terzo mese degli ultimi cinque in cui i Non Farm Payrolls hanno puntato verso il basso, a seguito dell’altra brusca revisione, da cui è emerso che, nel mese di dicembre, gli NFP hanno sofferto una flessione di 17.000 unità.
Allo stesso tempo, il trend dei salari non ha smorzato i timori relativi alla persistenza dell’inflazione negli Stati Uniti. Timori che ora si stanno intensificando, a causa del balzo dei prezzi del petrolio e del gas scatenato dall’escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Nel mese di febbraio, i salari orari sono aumentati negli Stati Uniti dello 0,4% su base mensile, rispetto al +0,3% atteso, e allo stesso ritmo di gennaio. Su base annua, le cose sono andate peggio, visto che i salari sono balzati in media del 3,8%, rispetto al +3,7% di gennaio e al +3,7% previsto dal consensus.
Nello stesso mese, il tasso di partecipazione alla forza lavoro è sceso al 62%, rispetto al 62,1% di gennaio (rivisto al ribasso dal 62,5% reso noto in precedenza).
Andando a esaminare il trend settoriale dei Non Farm Payrolls, il trend è stato positivo in alcuni settori, come in quello delle attività finanziarie (+10.000 rispetto al calo di 30.000 NFP a gennaio); del commercio al dettaglio (+2.000, rispetto ai +11.000 di gennaio) e del comparto delle utilities (+1.000 rispetto allo zero precedente).
Il calo dei Non farm Payrolls ha interessato invece soprattutto il settore delle costruzioni (-11.000, rispetto al +48.000 di gennaio), manifatturiero (-12.000, rispetto ai +5.000 di gennaio); tempo libero e ospitalità: -27.000 rispetto ai -12.000 di gennaio; istruzione privata e servizi sanitari: -34.000, rispetto al balzo di 129.000 di gennaio.
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L’ultimo verdetto sui tassi della Federal Reserve risale a mercoledì 28 gennaio 2026 quando, al termine della riunione del FOMC, la Banca centrale americana guidata dal Presidente Jerome Powell ha annunciato di aver lasciato fermi i tassi sui fed funds, all’interno della forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75%.
Powell ha optato così per una pausa, dopo tre tagli dei tassi consecutivi che si sono susseguiti dal 17 settembre al 10 dicembre del 2025.
La Fed ha deciso di non muoversi per una ragione ben precisa, confermata dall’assenza nel comunicato del FOMC di una frase che era stata rimarcata nelle riunioni precedenti dell’istituzione. Quella che aveva segnalato un rischio maggiore di indebolimento del mercato del lavoro rispetto al pericolo di un’accelerazione dell’inflazione.
La cancellazione di quella frase è stata spiegata con il maggiore ottimismo mostrato da Powell e altri banchieri nei confronti della solidità dell’economia americana e della stabilizzazione del tasso di disoccupazione, a fronte della persistenza di un tasso di inflazione che rimane elevato.
Di qui, la scelta della Fed di non muoversi, in attesa di capire l’evolversi della situazione.
Da allora, la situazione di fatto è cambiata, non tanto evolvendosi, ma peggiorando per chi teme il surriscaldamento delle pressioni inflazionistiche.
Il Medio Oriente in fiamme dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, seguito dalle ritorsioni di Teheran, che ha colpito i Paesi del Golfo, la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’alt del Qatar alla sua produzione hanno fatto schizzare i prezzi del petrolio e del gas, rinfocolando la grande paura di una inflazione pronta a scattare in tutto il mondo.
Risultato: gli analisti hanno iniziato a rivedere al ribasso le previsioni sui futuri tagli dei tassi da parte di diverse banche centrali, e alcuni esperti sono tornati ad agitare la minaccia di rialzi dei tassi.
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Tassi Fed, occhio all’inflazione. Ma c’è anche lo scenario di tagli tassi aggressivi
Occhio al commento di Samy Chaar (Chief Economist e CIO Svizzera, Banque Lombard Odier & Cie SA, che ha scritto in una nota di mettere in conto due scenari per il conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran.
- “ Il primo, che riteniamo si stia attualmente concretizzando, prevede un’escalation limitata e un incremento contenuto del prezzo del petrolio”.
- “ Il secondo, che non rappresenta il nostro scenario centrale, ipotizza uno shock petrolifero globale, con una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz e un intenso confronto militare, che porterebbe a un aumento fino a +50 dollari al barile del prezzo del petrolio ”.
Chaar ha precisato che “è importante sottolineare che, in entrambi i casi, prevediamo che il prezzo del petrolio torni ai livelli recenti entro sei mesi ”.
L’economista ha poi spiegato i due scenari, osservando che, in quello di base, “caratterizzato da un’escalation limitata, stimiamo un aumento dell’inflazione headline media negli Stati Uniti dal 2,5% al 2,6% nel 2026, con una crescita reale del PIL invariata al 2,2%, e confermiamo l’ipotesi di tre tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, poiché ci aspettiamo che la Fed guardi oltre un eventuale modesto aumento dell’inflazione headline”. Magari, aggiungiamo noi, che la Fed guardi proprio all’erosione dell’occupazione degli Stati Uniti, dimostrata dai Non Farm Payrolls pubblicati oggi.
Riguardo al secondo scenario, quello che mette in conto “ uno shock petrolifero globale ”, Samy Chaar ha scritto di stimare che, in questo caso, “gli effetti includerebbero un aumento dell’inflazione e una riduzione di diversi indicatori di attività economica, in particolare della produzione industriale, dove i prezzi dell’energia rappresentano un input rilevante”.
Ciò significa che “ la crescita reale del PIL negli Stati Uniti diminuirebbe e il compito della Fed di bilanciare il proprio duplice mandato diventerebbe più complesso”.
Nello specifico, “se le aspettative di inflazione a lungo termine dovessero rimanere ancorate, come avvenuto durante la pandemia e nel periodo di incertezza legato ai dazi, ci aspetteremmo che la Fed consideri temporanei gli effetti sull’inflazione”. Se poi “ l’aumento della disoccupazione fosse relativamente contenuto, prevediamo che privilegerebbe la stabilità rispetto a tagli aggressivi dei tassi”.
Diverso sarebbe il caso, ha sottolineato l’esperto di Lombard Odier, “ se il tasso di disoccupazione dovesse superare il 5,5% — un livello significativamente peggiore rispetto a quanto indicato dal nostro modello”.
In questa situazione, secondo Chaar, “la Fed passerebbe a una strategia di tagli aggressivi dei tassi verso il 2,5% o anche al di sotto ”.
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