Il World Economic Forum di Davos 2026 arriva in un momento storico che pochi avrebbero immaginato anche solo dieci anni fa.
Non è soltanto un mondo attraversato da guerre, inflazione persistente, transizione energetica incompiuta e rivoluzioni tecnologiche accelerate. È soprattutto un mondo in cui l’autocrazia sembra tornata ad essere una scelta consapevole, più che una deriva accidentale. Secondo i principali indici internazionali sulla qualità della democrazia – dal Democracy Index dell’Economist ai rapporti di Freedom House e V-Dem – oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi in Paesi classificati come non liberi, parzialmente liberi o governati da regimi autoritari.
Ma il dato più rilevante non è solo quantitativo ma anche qualitativo. L’autocrazia non è più il modello dei Paesi emergenti o delle economie arretrate. Sta diventando un’opzione politica rivendicata anche in contesti avanzati, in nome della stabilità, della sicurezza, dell’identità e della rapidità decisionale.
È in questo scenario che Davos 2026 – riunito sotto il tema ufficiale «A Spirit of Dialogue» rischia di essere uno dei summit più delicati degli ultimi decenni. Perché il dialogo, oggi, non è scontato e la domanda di fondo non è più come rendere il capitalismo più inclusivo, ma se la democrazia liberale sia ancora compatibile con il nuovo capitalismo globale e con l’ordine geopolitico che si sta formando.
Che cos’è il forum e cosa sarà discusso nella 56esima edizione
Il World Economic Forum nasce nel 1971 su iniziativa dell’economista tedesco Klaus Schwab come European Management Forum, per favorire lo scambio tra manager europei e statunitensi. Nel 1987 assume il nome attuale e una vocazione globale, trasformando l’incontro annuale di Davos in piattaforma di dialogo su economia, politica e società. Organizzato da una fondazione internazionale senza scopo di lucro (World Economic Forum Foundation) con sede a Ginevra e finanziato soprattutto dalle grandi imprese, il Forum non ha poteri formali ma riunisce capi di Stato, governi, banchieri centrali, CEO e leader internazionali, cercando di alimentare un confronto. Il 56ª Annual Meeting si terrà dal 19 al 23 gennaio 2026, con al centro il tema della frammentazione dell’ordine globale e di come mantenere forme minime di cooperazione, con attenzione a catene di approvvigionamento e autonomia geopolitica. Un altro focus sarà la tecnologia: intelligenza artificiale e innovazioni emergenti come motori di produttività ma anche fattori di potere e rischio sistemico, capaci di ridefinire lavoro, competizione tra Stati e diritti. Ampio spazio sarà dedicato alla transizione energetica, con approccio pragmatico centrato su costi, sicurezza e sostenibilità, ed alle trasformazioni del lavoro e del capitale umano, tra invecchiamento demografico, carenza di competenze e necessità di riqualificazione. Infine, il summit rifletterà sulla crisi delle istituzioni multilaterali e della governance democratica. Temi ambiziosi ma che lasciano aperto il dubbio se la “montagna partorirà solo un topolino”.
Autocrazia efficiente, democrazia lenta: una narrativa che prende piede
La storia insegna, purtroppo inascoltata, che le autocrazie, ed i conflitti inevitabili che generano, nascono sempre per motivi simili: paura, incertezza e crisi sistemiche, condizioni che spingono le società a privilegiare ordine e decisioni rapide rispetto a libertà e partecipazione. Oggi questo schema si ripete, adattato ai contesti contemporanei. L’instabilità economica e l’incertezza sociale, alimentate da crisi finanziarie ricorrenti e disuguaglianze crescenti, generano frustrazione tra i cittadini, spingendo a privilegiare leader percepiti come capaci di garantire risultati concreti e sicurezza immediata. A questo si aggiunge la fragilità della rappresentanza democratica: polarizzazione politica, governi instabili e istituzioni percepite come distanti rendono la democrazia lenta e inefficiente agli occhi di chi cerca soluzioni rapide. Non vanno poi sottovalutate le caratteristiche intrinseche dei leader stessi: figure politiche psicologicamente instabili o guidate da ambizioni smisurate possono accentuare le tendenze autoritarie, portandole verso conseguenze tragiche. Oggi la tecnologia amplifica queste dinamiche: intelligenza artificiale, sorveglianza digitale e social media permettono una gestione centralizzata e finalizzata della società, riducendo il costo politico dell’autoritarismo e aumentando la capacità di consolidare consenso e controllo. Infine, la retorica identitaria e la polarizzazione culturale offrono un terreno fertile, trasformando paura, orgoglio nazionale e percezione di minaccia esterna in strumenti per giustificare la concentrazione del potere.
L’Europa e il “caso Orbán”: l’autocrazia e la solidarietà ideologica
La novità più significativa degli ultimi anni è che questo discorso si sta consolidando anche in Europa. Un segnale emblematico è arrivato dalla campagna elettorale ungherese, accompagnata da uno spot diffuso sui social dalle destre europee, in cui Viktor Orbán viene presentato non come un’anomalia, ma come un modello politico da difendere ed esportare. Il messaggio è chiaro: sovranità nazionale, controllo dei confini, subordinazione delle istituzioni indipendenti alla volontà politica, rapporto diretto tra leader e popolo. Non si tratta di semplice solidarietà ideologica ma è anche qualcosa di più: una strategia comunicativa e politica coordinata, che supera i confini nazionali e costruisce una narrazione comune dell’Europa come spazio da rifondare in senso illiberale.
Il neoliberismo ed i conflitti in atto
Le nuove autocrazie si muovono sotto le insegne di un neoliberismo apparente, nel quale slogan di libertà economica o patriottismo come il Make America Great Again celano in realtà la tutela di interessi privatistici concentrati nelle mani di pochi gruppi industriali, finanziari o tecnologici. In questi sistemi, le deregulation, i tagli fiscali selettivi e le privatizzazioni non mirano tanto a creare un mercato aperto e competitivo, quanto a consolidare ricchezze e potere in élite ristrette, spesso collegate direttamente al leader o al partito di governo. Gli investimenti e le politiche economiche vengono quindi modellati più dal ritorno privato immediato e dagli interessi strategici dei pochi che dal bene collettivo, mentre la retorica populista serve a costruire consenso tra le masse, spostando l’attenzione da disuguaglianze e privilegi concentrati verso nemici esterni o presunti pericoli interni. Questo approccio ha conseguenze dirette sul piano internazionale: la rottura di accordi multilaterali, la svalutazione unilaterale di contratti commerciali e l’uso della politica estera per sostenere interessi privati creano inevitabilmente attriti e tensioni globali. In questo contesto, il neoliberismo autoritario si presenta come una formula vincente sul breve termine – garantendo crescita e stabilità per pochi attori chiave – ma genera fragilità sistemiche e aumenta il rischio di scontri geopolitici, perché gli interessi privati diventano strumenti di politica estera e il rispetto di regole internazionali passa in secondo piano.
Davos 2026: laboratorio o ultimo avamposto?
Il meeting del 2026 sarà una vera cartina di tornasole per l’economia globale ed i cambiamenti già in atto nei mercati, negli investimenti e nelle strategie degli Stati inevitabilmente condizioneranno i lavori del summit. La capacità di Davos di fungere ancora da laboratorio di mediazione internazionale appare oggi limitata: la complessità della situazione geopolitica attuale rischia di prevalere sul dialogo multilaterale. Se a guidare i lavori sarà il realismo cinico – sicurezza e controllo prima dei diritti, efficienza e profitti prima della partecipazione – Davos potrebbe confermarsi non un motore di cooperazione globale, ma l’ultimo avamposto di un ordine liberale in ritirata. La domanda che aleggerà sulle Alpi svizzere, implicita ma inevitabile per investitori, imprenditori e policy maker, sarà: le autocrazie stanno prendendo il sopravvento, oppure esistono ancora margini concreti per un’economia mondiale basata su cooperazione, regole condivise e democrazia internazionale?