La legge di bilancio 2026 è stata approvata in via definitiva e, tra le numerose novità introdotte, emerge una vera e propria mini-rivoluzione in materia di TFR e fondi pensione: dalla maggiore deducibilità fiscale dei versamenti volontari, che passa dai tradizionali 5.164,57 euro a 5.300 euro, all’innalzamento della quota massima incassabile immediatamente al momento del pensionamento, che sale dal 50% al 60% del montante finale; l’abolizione della pensione anticipata tramite fondo pensione, una misura introdotta soltanto lo scorso anno, oltre ad altre importanti modifiche.
Tra le novità forse passate più in sordina ce n’è però una che potrebbe incidere in modo significativo sul futuro previdenziale di milioni di lavoratori, ed è proprio di questa che vogliamo occuparci oggi: la fine del silenzio-assenso conservativo e l’introduzione di un sistema più dinamico e personalizzato, valido anche in assenza di una scelta esplicita da parte del lavoratore. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
TFR al fondo pensione: nasce il silenzio assenzo al contrario
Con l’approvazione della legge di bilancio 2026, il Governo introduce una nuova forma di silenzio-assenso, definita “al contrario”. A partire dal 1° luglio 2026, il TFR dei neoassunti confluirà automaticamente nel fondo pensione negoziale o (in mancanza) residuale, salvo che il lavoratore, entro 60 giorni, scelga espressamente di destinarlo a un’altra forma di previdenza complementare oppure di mantenerlo in azienda.
In realtà, un meccanismo di questo tipo esisteva già: in assenza di una scelta esplicita, il TFR dei nuovi assunti veniva conferito, dopo 60 giorni, al fondo pensione collettivo previsto dal contratto di lavoro o, in mancanza, al fondo individuato come destinazione residuale e nella linea di investimento più prudente.
Proprio quest’ultimo aspetto ha rappresentato una delle principali criticità del sistema. Il lavoratore, infatti, poteva ritrovarsi con il TFR investito in un comparto eccessivamente conservativo, non sempre coerente con il proprio profilo di rischio e con l’orizzonte temporale di lungo periodo tipico della previdenza. Una scelta che, nel tempo, poteva rivelarsi penalizzante dal punto di vista pensionistico.
I dati COVIP mostrano infatti che, negli ultimi anni, molti comparti garantiti hanno registrato rendimenti persino inferiori rispetto alla rivalutazione del TFR lasciato in azienda, che segue logiche completamente diverse. Proprio per questo, accanto all’introduzione del silenzio-assenso “al contrario”, il legislatore ha avviato un cambio di passo: si abbandona l’impostazione rigidamente conservativa per favorire soluzioni più dinamiche, personalizzate e coerenti con le caratteristiche individuali del lavoratore.
Nuova era dei fondi pensione: dinamismo e personalizzazione
Come già anticipato, la vera novità del nuovo meccanismo di silenzio-assenso non riguarda tanto l’adesione in sé, quanto il modo in cui vengono gestite le risorse. Finora, in assenza di indicazioni da parte del lavoratore, il TFR veniva automaticamente investito nella linea più prudente: una scelta pensata per proteggere il capitale, ma che nel lungo periodo rischiava di penalizzare il futuro previdenziale.
Dal 2026, invece, la legge segna un cambio di passo significativo. Nel testo della manovra, infatti, si legge quanto segue:
“i contributi e le quote di TFR pervenuti a seguito di adesioni non esplicite saranno investiti in percorsi o linee di investimento caratterizzati da differenti profili di rischio-rendimento, tenendo conto in particolare dell’orizzonte temporale dell’investimento e dell’età anagrafica dell’aderente”.
Ed è proprio questo passaggio che cambia radicalmente la precedente impostazione. Si abbandona la logica della linea unica e conservativa per introdurre una gestione più dinamica e personalizzata, finalmente più coerente con le caratteristiche e le esigenze di ciascun lavoratore.
Sarà la Covip a definire i requisiti minimi di questi nuovi percorsi di investimento, ma la direzione è chiara e risponde a una delle criticità più evidenti del sistema precedente: evitare che il TFR finisca automaticamente, e spesso inconsapevolmente, in comparti eccessivamente prudenti, poco adatti a un orizzonte temporale di lungo periodo. Comparti che avrebbero potuto penalizzare la pensione dei lavoratori stessi.