Ma il voto della Maturità è veramente importante? Tra chi sta affrontando l’esame (e chi dovrà farlo nei prossimi anni) questa domanda ha un peso specifico rilevante
Il countdown è ufficialmente partito, la Maturità 2026 è entrata nel vivo: oltre 500mila maturandi hanno già archiviato gli scritti e ora si preparano alla fase più temuta, quella dell’orale. Il 16 giugno le commissioni si sono riunite in seduta plenaria per estrarre la lettera da cui partirà l’ordine dei colloqui, che nella maggior parte degli istituti scolastici prenderanno il via da lunedì 22 giugno (anche se ogni commissione segue un proprio calendario). Tra le novità di quest’anno, da segnalare l’abolizione della cosiddetta scena muta: chi si rifiuterà di rispondere alle domande della commissione, anche dopo aver già raggiunto un punteggio sufficiente grazie a scritti e crediti, rischia ora la bocciatura.
In questo clima di attesa, però, c’è una domanda che accomuna chi sta per affrontare il colloquio e chi, invece, dovrà sostenerlo nei prossimi anni: quanto conta davvero il voto finale? In un sistema scolastico fortemente performativo, è naturale che lo studente avverta la pressione di un mondo esterno che chiede di eccellere, come se quel numero - da 60 a 100, con l’eventuale lode - racchiudesse in sé l’intera persona. Le cose, però, stanno diversamente.
L’importanza del voto di Maturità dipende, in realtà, da cosa si intende fare una volta ottenuto il diploma. Un voto «basso» non preclude la possibilità di iscriversi all’università; un voto «alto», al contrario, può aprire le porte a una borsa di studio che alleggerisce il peso economico del primo anno fuori sede. Vediamo allora, punto per punto e con dati aggiornati, a cosa serve davvero questo numero tanto temuto.
Il voto del diploma e il mondo del lavoro: quanto pesa davvero?
Chi, terminato il liceo, punta a entrare subito nel mondo del lavoro si chiede spesso che peso reale abbia il voto di Maturità in fase di selezione.
Partiamo sfatando un mito che resiste da anni: in Italia non esiste più un voto minimo per partecipare ai concorsi pubblici. Con la legge delega n. 124/2015 (la cosiddetta «Riforma Madia»), all’articolo 17, lettera d, è stata abolita la possibilità di inserire nei bandi uno sbarramento legato al punteggio di diploma o di laurea. Una norma tuttora pienamente in vigore: il voto, da solo, non può quindi essere un requisito discriminante per l’accesso a un concorso statale.
C’è però un’eccezione pratica da conoscere: quando le domande sono moltissime, alcune amministrazioni pubbliche procedono comunque a una prima scrematura, attribuendo punteggi differenti per fasce di voto. In caso di selezioni particolarmente affollate, quindi, chi ha un punteggio di diploma più alto può partire da una posizione di vantaggio nella graduatoria iniziale.
Discorso diverso per il settore privato, dove le aziende sono libere di stabilire i propri criteri di selezione. Qui il voto di diploma (così come quello di laurea, per chi prosegue gli studi) può effettivamente fare la differenza, soprattutto in una prima scrematura dei curriculum tra centinaia di candidati.
Università: a cosa serve (davvero) il voto di Maturità?
Per chi sceglie di proseguire gli studi, il punto di partenza resta lo stesso: il voto di Maturità, di norma, non influisce sulle procedure di ammissione all’università.
Per le facoltà a numero chiuso l’accesso si basa storicamente su un test selettivo nazionale o locale, mentre per i corsi a numero aperto viene richiesto solo un test d’ingresso non sbarrante, utile a far emergere eventuali lacune da colmare (i cosiddetti OFA, obblighi formativi aggiuntivi).
Negli ultimi mesi, però, le regole sono cambiate in modo sostanziale per l’area medico-sanitaria. Dall’anno accademico 2025/2026, l’accesso a Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi Dentaria e Medicina Veterinaria non passa più dal tradizionale test d’ingresso a crocette: la riforma, prevista dalla legge delega 14 marzo 2025, n. 26, ha introdotto il cosiddetto semestre filtro. In pratica, l’iscrizione al primo semestre è libera per chiunque sia in possesso del diploma; la selezione avviene successivamente, tramite tre esami nazionali identici in tutte le sedi (Biologia, Chimica e Fisica) sostenuti tra novembre e dicembre, che concorrono a formare una graduatoria di merito nazionale. Anche in questo nuovo sistema il voto di Maturità non rientra nel punteggio che determina l’ammissione al secondo semestre. Va precisato che il numero di posti disponibili resta comunque limitato: non si tratta quindi dell’abolizione del numero chiuso, ma di uno spostamento del momento della selezione. Il sistema è stato giudicato legittimo dal Consiglio di Stato il 22 aprile 2026, anche se restano migliaia di ricorsi pendenti davanti ai TAR regionali e il Ministero dell’Università sta valutando alcuni correttivi in vista del prossimo anno accademico.
Per le altre facoltà a numero chiuso, come Architettura o le professioni sanitarie, resta invece in vigore il tradizionale test selettivo d’ingresso.
Il voto di Maturità torna a essere rilevante, in ambito universitario, soprattutto in due casi specifici:
- per chi prova ad accedere a un ateneo estero, dove il punteggio del diploma può effettivamente pesare in fase di selezione;
- per l’attribuzione della borsa di studio, soprattutto al primo anno.
Su quest’ultimo punto vale la pena scendere nel dettaglio: la maggior parte dei bandi regionali per il diritto allo studio (DSU) richiede, per le matricole, un voto di Maturità non inferiore a 70/100 - una soglia che ricorre in numerosi bandi di atenei e accademie, anche se può variare da istituto a istituto - da incrociare con i parametri economici di ISEE e ISPE stabiliti da ogni Regione. Solo per fare un esempio concreto, in Lombardia per l’anno accademico 2025/2026 i tetti sono fissati a 26.516,70 euro di ISEE e 57.645,03 euro di ISPE.
Resta valido, in ogni caso, il principio di fondo: il valore di una persona non si riduce mai a un singolo voto, ma è la somma dell’atteggiamento, dell’impegno e della curiosità coltivati in cinque anni di liceo - elementi che dovrebbero alimentare la passione per lo studio, non il terrore di un numero.
Le sfumature meno note: dai concorsi in divisa al valore «orientativo» del voto
Oltre al binomio lavoro-università, esistono altri ambiti in cui il voto di Maturità torna a contare, anche se raramente se ne parla. È il caso dei concorsi pubblici in divisa: pur senza un voto minimo di sbarramento (come previsto dalla legge 124/2015), molti bandi delle Forze Armate prevedono una fase di valutazione titoli in cui il punteggio di diploma incide direttamente sulla graduatoria finale. Nei concorsi per Volontari in Ferma Iniziale (VFI) di Esercito e Marina, ad esempio, il diploma quinquennale vale da un minimo di 6 punti (voto sufficiente) fino a un massimo di 9 punti per chi si è diplomato con 100/100: una differenza che, in graduatorie spesso decise da pochi decimi di punto, può risultare decisiva.
C’è poi un valore meno misurabile, ma altrettanto concreto: quello orientativo. Il voto finale della Maturità è, per molti studenti, il primo riscontro oggettivo, per quanto parziale, su cinque anni di lavoro, metodo di studio e crescita personale. Non è un giudizio definitivo sulle proprie capacità, ma può offrire qualche indicazione utile su come affrontare il passo successivo, che sia l’università, un concorso o l’ingresso diretto nel mondo del lavoro. Va letto come un punto di partenza, mai come un’etichetta.