Ieri l’Ue è entrata in guerra con un tweet. E Di Maio ha scoperto che non è il Risiko

Mauro Bottarelli

10 Aprile 2022 - 06:30

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Il capo della diplomazia europea sentenzia che l’Ucraina vincerà sul campo di battaglia e Kiev riceverà armi in base alle sue necessità. Mentre la Farnesina ora millanta il veto sull’intervento Nato

Ieri l'Ue è entrata in guerra con un tweet. E Di Maio ha scoperto che non è il Risiko

Da una testata giornalistica che si chiama Money.it, giustamente ci si aspetta informazione economica e finanziaria. Quando però l’intero panorama dei media ignora una notizia come questa,

allora occorre derogare ai propri specifici ambiti di competenza. Perché se non fosse chiaro, il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, ha di fatto decretato l’entrata in guerra dell’Ue al fianco dell’Ucraina. Via Twitter.

Perché nel giorno in cui l’ambasciatore russo a Washington rilascia un’intervista a Newsweek nella quale mette in guardia dai rifornimenti europei di armi verso Kiev, poiché potenziali veicoli di escalation del conflitto, scrivere su un social network che questa guerra sarà vinta sul campo di battaglia e che altri 500 milioni di euro sono in dirittura d’arrivo dall’EPF verso l’Ucraina appare una palese provocazione nei confronti del Cremlino. Tanto più che l’EPF è la European Peace Facility, un fondo fuori bilancio dell’Unione designato alla prevenzione dei conflitti. Josep Borrell, invece, dice chiaramente che quei soldi serviranno alle armi, la cui consegna avverrà su misura in base alle esigenze ucraine.

Probabilmente la visita a Kiev ha dato alla testa al ministro degli Esteri Ue. C’è quindi da sperare che oggi, rinsavito e tornato nel suo ruolo di capo della diplomazia e non di Dottor Stranamore, accampi uno scusa e gridi all’hackeraggio del proprio profilo. Perché quanto scritto è di una gravità senza precedenti. Non fosse altro perché frutto di un’uscita estemporanea e personale e non di una decisione collegiale. Ma a far pensare a un’escalation ormai innescata e pressoché impossibile da fermare ci ha pensato anche Boris Johnson, il quale durante la sua visita a sorpresa a Kiev ha annunciato l’invio dal Regno Unito di 120 mezzi corazzati e nuovi sistemi anti-missile. L’aria della capitale ucraina deve dare alla testa.

E a far preoccupare ancora di più, paradossalmente, è la frenata in stile Will Coyote davanti al burrone del ministro Luigi Di Maio, il quale - lanciandosi in un ragionamento un po’ dadaista sulla guerra mondiale non bellica - ha comunicato come l’Italia si opporrà a un intervento Nato nel conflitto fra Russia e Ucraina, poiché prodromo alla terza guerra mondiale. Bellica, in questo caso. Insomma, il titolare della Farnesina dopo giorni di proclami bellicisti ha sentito l’odore della paura. E preso atto in maniera inaspettata e traumatica del fatto che quella in atto e di cui è stato per giorni parte in commedia non è una partita di Risiko. Con quale forza, però, Roma potrebbe opporsi?

E Mario Draghi, stante l’escalation di scontro verbale con Mosca di cui è protagonista da giorni, cosa dice al riguardo? Di fatto, Josep Borrell è il datore di lavoro di Luigi Di Maio, se vogliamo traslare alla diplomazia il principio della legge europea che è superiore a quella nazionale. E in quel tweet si dice chiaramente che l’Europa non sta perseguendo uno sforzo di dialogo e pacificazione del conflitto, bensì ha chiaramente preso le parti di uno dei due soggetti, lo finanzia, lo arma e ritiene che debba perseguire una vittoria della guerra sul campo di battaglia. L’Ue non vuole la pace, l’Ue vuole la sconfitta della Russia. E fa di tutto per ottenerla, quantomeno a livello di foraggiamento e supporto dell’Ucraina.

Da oggi, a meno di una clamorosa smentita di quel tweet, l’Ue non è più percepita da Mosca come parte terza che può giocare un ruolo di garante nel pur complicato e lungo processo negoziale. E’ alleata di Kiev, in maniera attiva e ufficiale. Ancorché via Twitter. Non a caso, in contemporanea la ministra della Difesa tedesca, Christine Lambrecht, in un’intervista con Die Augsburger Allgemeine Zeitung dava vita a una clamorosa prova di arrampicata libera sugli specchi, sottolineando come Berlino non invierà più armi all’Ucraina, poiché è stato raggiunto il limite massimo, oltre il quale l’ulteriore drenaggio dalle scorte della Bundeswehr metterebbe a rischio le capacità difensive interne.

In realtà, un sondaggio riservato e commissionato dal governo Scholz avrebbe evidenziato una crescente preoccupazione dell’opinione pubblica rispetto alla politica di ingerenza europea che potrebbe spingere Mosca a un ampliamento degli obiettivi. La situazione è forse sfuggita di mano proprio a ridosso del proverbiale punto di non ritorno? In attesa di un chiarimento ufficiale da parte di Josep Borrell, una domanda sorge spontanea: con una media di cinque speciali al giorno su tutte le televisioni nazionali, è possibile che questa notizia non abbia trovato spazio? O forse le retromarce di Di Maio e della Lambrecht stanno per tramutarsi in ordine di scuderia anche per i mass media, dopo giorni di elmetti e proclami? Il silenzio ufficiale del Cremlino e le sue scelte strategiche di avvicendamento sul campo, in effetti, non promettono nulla di buono.

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