Tassazione rendite finanziarie: l’aumento ricadrà solo sui piccoli risparmiatori, non sulle banche. Ecco perchè

L’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie dal 12,50 al 20% colpirebbe solo i risparmiatori e produrrebbe un gettito irrisorio, sostengono i critici. Vediamo i motivi

Nonostante la smentita di Matteo Renzi, negli ultimi giorni non si fa che parlare dell’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.

I bene informati sostengono infatti che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sia già a lavoro per innalzare l’aliquota dall’attuale 12,50% al 20% su BoT e BTp. Secondo lui, da questa misura lo Stato ricaverebbe un gettito pari a 2,98 miliardi di euro che il Governo potrebbe reinvestire nel taglio del cuneo fiscale.
Ma c’è chi non è d’accordo con lui, vediamo perché.

Aumento tassazione rendite finanziarie
Il primo a esplicitare il bisogno di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie è stato Filippo Taddei, responsabile economico del Partito Democratico. La sua tesi è semplice:

Chi risparmia, lavora anche. Quando lavora, la tassazione minima è del 23%, altro che il 12,5% dei titoli di Stato. Il tema non è che arriva la sinistra e tassa i Bot, ma è che ragiona su un ulteriore riduzione delle tasse sul lavoro. Con la nostra riforma, chi lavora, ci guadagna».

Insomma secondo Taddei, i risparmiatori sono anche lavoratori, quindi saranno i primi a beneficiare del taglio del cuneo fiscale, la cui copertura deriverebbe anche dall’aumento dell’aliquota sulle rendite (3 miliardi), oltre che dalla spending review (7 miliardi) attualmente al vaglio di Cottarelli.

Le critiche
Ma, come abbiamo già detto, c’è chi non è d’accordo con la tesi perseguita da Padoan e Taddei. Tra i numerosi critici, troviamo anche un personaggio d’eccezione. Stiamo parlando di Maria Cannata, attuale dirigente generale del debito pubblico al ministero dell’Economia.

A suo parere infatti, il gettito derivante dal provvedimento sarebbe irrisorio:

avrebbe un impatto per il retail che é una componente modesta dello stock dei Titoli di Stato e quindi gli effetti sarebbero modesti sul fronte del gettito".

Traducendo in parole povere il pensiero della Cannata, a suo parere, l’aumento ricadrebbe solo sui piccoli risparmiatori, i cosiddetti “nettisti”, dato che le grandi banche e i fondi d’investimento sottopongono gli interessi maturati sui titoli di Stato a una tassazione differente. Insomma il peso ricadrebbe solo sui cittadini che, attraverso un investimento sicuro, mirano ad ampliare leggermente le loro finanze, non sui professionisti che dalla speculazione su BoT e BTp traggono enormi guadagni.

Secondo la responsabile per il debito pubblico del tesoro inoltre, l’innalzamento dell’aliquota rischia letteralmente di annullare i guadagni provenienti da questo tipo di investimento.

Per fare un esempio pratico, dopo l’aumento della tassazione, un risparmiatore che compra un BTp decennale, con un rendimento annuo al 3,5%, calcolando l’obiettivo inflazione al 2%, ottiene un rendimento lordo reale pari all’1,5%. Da questo deve decurtare lo 0,7% di tasse da pagare e un ulteriore 0,2% di imposta di bollo. Se quindi non ci fossero ulteriori spese di commissione, il margine sarebbe solo dello 0,6% l’anno. La situazione peggiora ancora se si prendono in considerazione titoli a breve scadenza.
Siamo sicuri che serva a qualcosa?

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