Tagliare le pensioni d’oro per ottenere fondi? Ecco 3 ipotesi degli economisti

Valentina Pennacchio

4 Giugno 2013 - 12:28

Tagliare le pensioni d’oro per ottenere fondi? Ecco 3 ipotesi degli economisti

Dove trovare i fondi per l’emergenza occupazione? Dal taglio alle pensioni. Questa è la soluzione accennata dal ministro del lavoro, Enrico Giovannini, che potrebbe decidere di intervenire sulle cosiddette “pensioni d’oro”, ovvero gli assegni pensionistici INPS oltre la soglia di € 3.000 al mese, che complessivamente sono 700.000 e rappresentano una spesa di 40 miliardi di euro all’anno per lo Stato.

Giovannini ha specificato che si parlerà dopo l’estate del tema delle pensioni, tuttavia:

“Non si vede perché nel momento in cui si chiedono sacrifici a tutti qualcuno debba essere escluso. Una misura del genere non porterebbe molti soldi ma sarebbe un’operazione di giustizia sociale”.

Il taglio alle pensioni d’oro è stata la strada che hanno già tracciato in passato Berlusconi, che ha introdotto un contributo di solidarietà del 5% sulle rendite INPS superiori a € 90.000 lordi annui e 10% su quelle superiori a € 150.000 lordi annui, e il Governo Monti che ha decurtato del 15% gli assegni maggiori a € 200.000. Il tutto per qualche decina di milioni di euro.

Anche nel caso del Governo Letta intervenire sulle pensioni assicurerebbe un gettito allo Stato piuttosto esiguo, pari a circa 1,5-2 miliardi di euro. Questo è il parere degli economisti Tito Boeri e Tommaso Nannicini, che hanno vagliato tre ipotesi. Ecco quali sono.

Le tre ipotesi

Gli economisti Tito Boeri e Tommaso Nannicini su lavoce.info ipotizzano l’introduzione di un contributo di equità, attuariale e intergenerazionale, che riduca gli assegni a coloro che:

  • ricevono un assegno pensionistico oltre una certa soglia;
  • hanno il rendimento implicito della pensione molto elevato.

Partendo dai dati aggregati INPS 2010 e considerando un contributo di modesta entità su un singolo assegno pensionistico, i due economisti hanno messo a punto 3 ipotesi:

  • la prima ipotesi prevede l’introduzione di un contributo del 2% sulle pensioni superiori a € 2.000. Ogni anno si ricaverebbero 1,45 miliardi e i tagli medi all’assegno pensionistico sarebbero i seguenti: € 41 al mese per coloro che percepiscono tra € 2.000 e € 2.500; € 50 per coloro che incassano tra € 2.500 e € 3.000 e di € 82 per chi guadagna più di € 3.000 al mese;
  • la seconda ipotesi prevede invece una situazione più diversificata, ovvero un contributo dell’1% per le pensioni tra € 2.000 e € 2.500, un contributo del 2% per le pensioni tra € 2.500 e € 3.000 e un contributo del 3% per le pensioni oltre € 3.000. Il gettito in tal caso sarebbe poco più alto, 1,47 miliardi, e il taglio medio sarebbe: € 21 al mese per la prima categoria, € 50 per la seconda e € 122 per le pensioni sopra € 3.000;
  • la terza ipotesi riguarda l’introduzione di un contributo pari al 2% per le pensioni tra € 2.000 e € 3.000 e del 3% per quelle superiori a € 3.000. Il ricavo per lo Stato sarebbe pari a 1,75 miliardi e i tagli alle pensioni sarebbero così distribuiti: € 41 per le pensioni tra € 2.000 e € 2.500, € 50 per le pensioni tra € 2.500 e € 3.000, nonchè € 112 per le pensioni oltre € 3.000.

Le ipotesi suddette hanno considerato solo un contributo tarato sull’importo delle pensioni e non sul loro rendimento implicito, su cui le simulazioni sono più difficili a causa del fatto che l’INPS non rende noti dati individuali relativi ai contributi versati. Tuttavia, basandosi su un campione casuale di 100.000 pensioni per il 2006, pur mancando il monte contributivo, si può formulare un’ipotesi approssimativa considerando le caratteristiche degli individui con pensioni elevate. Considerando quindi circa il 70% dei casi in cui le pensioni superano € 2.000 si dovrebbe aggiornare il gettito totale, aggiornandolo come segue:

  • per la prima ipotesi: 1 miliardo;
  • per la seconda ipotesi: 1 miliardo;
  • per la terza ipotesi: 1 miliardo e 200 milioni.

Alla luce di quanto argomentato, Giovannini avrebbe ragione: tagliare le pensioni per ottenere fondi non sarebbe in realtà un modo per fare cassa, quanto un sistema per garantire maggiore equità nel welfare e “il Governo deve fare quello che ritiene equo”. Finalmente.