Superiorità aerea senza vittoria. Il paradosso della guerra in Iran

Rob Piccoli

28 Marzo 2026 - 07:43

Dai bombardamenti alla resilienza di Teheran, il conflitto dimostra che dominare i cieli non basta a vincere sul piano strategico

Superiorità aerea senza vittoria. Il paradosso della guerra in Iran

C’è un ufficiale italiano, spesso trascurato nel dibattito contemporaneo, che più di un secolo fa aveva già immaginato il futuro della guerra. Giulio Douhet, generale e teorico militare, sosteneva che il dominio dell’aria avrebbe reso i conflitti rapidi, decisivi e relativamente “puliti”: colpendo direttamente il cuore industriale e civile del nemico, si sarebbe potuta spezzarne la volontà senza bisogno di lunghe e costose campagne terrestri.

A distanza di cento anni, la guerra in Iran sembra riportare in auge quella visione. Scrive Aram Roston su The Guardian: “Per esplorare le radici della strategia militare di Donald Trump contro l’Iran e la retorica bellicosa del suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, bisogna tornare indietro di 105 anni. Nel 1921, un anno prima che Benito Mussolini e le sue camicie nere marciassero su Roma per dare inizio all’era fascista, un generale italiano di nome Giulio Douhet pubblicò Il dominio dell’aria, proponendo una rivoluzione nella guerra.” Nello stesso tempo, tuttavia, ancora una volta oggi si evidenziano i limiti strutturali di quella suggestiva visione.

L’analisi del Guardian mostra come le operazioni aeree condotte da Stati Uniti e Israele riflettano quella fiducia — quasi ciclica — nella capacità della superiorità tecnologica di produrre risultati strategici rapidi. Una fiducia che attraversa la storia militare occidentale: dalla Seconda guerra mondiale al Vietnam, fino all’Iraq. Ogni volta con la promessa implicita di una scorciatoia verso la vittoria. E ogni volta con risultati più ambigui del previsto.

Nel caso iraniano, il primo dato da cui partire è chiaro: la superiorità aerea non è un’illusione tecnica. Al contrario, è una realtà operativa. Diversi osservatori e fonti internazionali concordano sul fatto che le forze occidentali abbiano dimostrato la capacità di colpire obiettivi in profondità, neutralizzare sistemi di difesa e operare con un margine di sicurezza elevato. In termini strettamente militari, il dominio dei cieli è stato raggiunto in tempi relativamente rapidi.

Eppure, è proprio qui che emerge il paradosso. Infatti, nonostante la pressione aerea, l’Iran continua a lanciare missili, a riorganizzare le proprie capacità e ad adattarsi sul piano tattico.

Il dibattito tra analisti infuria sui media

Il Wall Street Journal ha sottolineato come, nonostante l’intensità degli attacchi, Teheran mantenga una capacità offensiva significativa, grazie alla dispersione degli asset, all’uso di infrastrutture sotterranee e a una strategia di resilienza distribuita. In altre parole, il controllo dello spazio aereo non si è tradotto in un collasso operativo del nemico.

Anche il Washington Post ha evidenziato un elemento complementare: i sistemi di difesa più avanzati non sono infallibili. Missili iraniani sono riusciti a penetrare le difese e colpire obiettivi sensibili, dimostrando che neppure una superiorità tecnologica marcata garantisce il controllo totale del campo di battaglia. Questo dato contribuisce a rafforzare una conclusione sempre più condivisa: la guerra moderna è caratterizzata da una crescente capacità di adattamento anche da parte degli attori apparentemente più deboli.

Questo scarto tra successo militare e risultato strategico non è nuovo. È, anzi, perfettamente coerente con quanto da anni sottolineano analisti e dottrina militare. La superiorità aerea è una condizione necessaria per condurre operazioni efficaci, ma raramente è sufficiente a determinare l’esito di una guerra. Serve a creare opportunità, non a chiudere il conflitto.

La stessa dottrina statunitense lo riconosce implicitamente: il dominio dell’aria consente libertà d’azione, ma non sostituisce il controllo del territorio né, soprattutto, la dimensione politica del conflitto. Ed è proprio su questo piano che le campagne aeree tendono a mostrare i loro limiti più evidenti.

L’idea, cara a Douhet, che bombardamenti intensivi possano spezzare la volontà di una popolazione o di una leadership politica si è dimostrata, nella pratica, molto meno affidabile del previsto. Le società contemporanee — soprattutto quelle sottoposte a forte pressione esterna — tendono piuttosto a sviluppare meccanismi di adattamento e coesione. La resilienza, più che il collasso, è spesso la risposta prevalente.

Non è un caso che, anche nel contesto attuale, gli obiettivi strategici sembrino progressivamente ridimensionarsi. Yaroslav Trofimov, sul Wall Street Journal, segnala come Israele abbia progressivamente abbandonato l’ipotesi di un rapido “regime change”, concentrandosi invece sulla degradazione sistematica delle capacità militari iraniane. Un approccio più realistico, ma anche meno risolutivo, che implicitamente riconosce l’impossibilità di ottenere risultati decisivi esclusivamente dal cielo.

Questa evoluzione strategica trova riscontro anche in analisi più tecniche. Diversi centri di studi militari sottolineano come il potere aereo, pur essendo essenziale per ottenere superiorità operativa, non possa sostituire strumenti più tradizionali quando l’obiettivo è modificare in modo duraturo gli equilibri politici. In assenza di pressione sul terreno o di dinamiche interne destabilizzanti, i bombardamenti tendono a produrre effetti limitati nel tempo.

Il risultato è una trasformazione silenziosa ma significativa del modo di fare la guerra. Si passa da una logica di “shock and awe” — il colpo decisivo che dovrebbe chiudere rapidamente il conflitto — a una logica di attrito prolungato, in cui l’obiettivo non è vincere in tempi brevi, ma logorare progressivamente le capacità dell’avversario.

Questo spostamento ha implicazioni rilevanti anche sul piano politico ed economico. Le campagne aeree sono, per le democrazie occidentali, uno strumento relativamente sostenibile: riducono il rischio di perdite umane dirette e consentono di mantenere un certo consenso interno. Ma proprio questa apparente sostenibilità può trasformarsi in una trappola strategica, favorendo conflitti prolungati, costosi e privi di una chiara conclusione.

Il risultato è una forma di guerra “a bassa intensità percepita”, ma ad alta complessità reale. Una guerra che non si vince, ma si gestisce. Che non produce svolte decisive, ma equilibri instabili. E che rischia, proprio per questo, di protrarsi ben oltre le aspettative iniziali.

La lezione della guerra in Iran

In questo senso, la lezione di questa guerra è meno tecnologica di quanto si possa pensare. Non riguarda tanto l’efficacia dei sistemi d’arma — che resta elevata — quanto i limiti strutturali del loro impiego strategico. La superiorità aerea funziona. Ma non basta.
Ed è forse proprio qui che la visione di Douhet, trova il suo definitivo redde rationem: se è vero che il dominio dell’aria è diventato una realtà operativa, è altrettanto vero che la promessa di una vittoria rapida e decisiva continua immancabilmente a sfuggire.
La guerra moderna, ancora una volta, si conferma meno lineare delle sue teorie. E soprattutto meno risolvibile dall’alto.