Southstream addio: Gazprom archivia il progetto del gasdotto transcontinentale

Simone Casavecchia

2 Dicembre 2014 - 09:03

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Il Ceo di Gazprom ha confermato la chiusura del progetto Southstream, il gasdotto che avrebbe dovuto collegare la Russia e l’Europa Meridionale.

Dopo le sanzioni comminate alla Russia per l’affaire Ucraina, da Europa e Stati Uniti, arriva l’ennesima contromossa del gigante dell’est europeo, verso una strategia che se non può essere ancora definita di scontro netto, ricorda sempre più da vicino gli scenari della guerra fredda.

Alexei Miller, CEO di Gazprom, colosso russo dell’energia e dei combustibili ha, infatti confermato che il progetto relativo alla costruzione del gasdotto South Stream è, almeno per ora, archiviato:

«Il progetto è chiuso. Questo è quanto»

Sono queste le laconiche parole con cui Miller ha confermato le dichiarazioni rilasciate dal Putin pochi giorni fa a Istanbul, quando, in una conferenza stampa congiunta con il premier turco Recip Tayyip Erdogan, lo stesso Putin aveva spiegato che

«Se l’Europa non vuole realizzarlo, non verrà realizzato»

Il gasdotto Southstream avrebbe dovuto aggirare l’Ucraina e, attraversando il Mar Nero, portare il gas russo nell’Europa Meridionale, attivando una fornitura permanente già dal 2018. Si trattava, in realtà, di una morte annunciata, dal momento che la crisi ucraina ha aggravato sempre di più, da alcuni mesi a questa parte, le relazioni tra Mosca e l’Occidente, rendendo sempre più difficili le possibilità di una trattativa con la Commissione europea per rendere legale la pipeline, ovvero il tracciato del gasdotto stesso, nel rispetto del terzo pacchetto energia.

All’aggravarsi delle relazioni internazionali occorre aggiungere anche un altro ordine di motivazioni: ovvero i costi. La realizzazione di South Stream avrebbe richiesto, secondo le ultime stime, un costo di 50 miliardi, sempre più insostenibile dalla Russia, dopo le sanzioni internazionali e il crollo del petrolio e, ad oggi, quasi impossibile, considerando il recente crollo del rublo.

Ripercussioni concrete potrebbero esserci anche sull’Italia e sulle società italiane coinvolte nella vicenda. Già a Maggio il nostro Paese era stato escluso dal tracciato della condotta del gasdotto che si sarebbe dovuta fermare in Austria e, dopo le dichiarazioni di Miller appare sempre più incerto anche il destino di South Stream Transport Bv, la joint venture che aveva l’incarico di costruire la tratta offshore del gasdotto nelle acque del Mar Nero, a cui partecipavano Eni (socia al 20%), Gazprom (50%), Edf (15%) e Wintershall (15%).

Preoccupazioni crescenti anche in casa Saipem dal momento che la società del gruppo Eni aveva già iniziato a lavorare sulla tratta sottomarina del gasdotto, in base agli accordi stretti con la Russia con tre differenti contratti, l’ultimo dei quali era stato chiuso nel Marzo scorso per la lauta cifra di 2 miliardi di dollari. Anche se Mosca si è sempre dimostrata un committente affidabile si teme infatti, per i prossimi compensi dovuti le tubazioni del gasdotto che sono state recentemente assemblate e proprio ieri sono salpate dalla Bulgaria verso la Russia per essere posate sul fondo del Mar Nero.

L’Eni non può in alcun modo sobbarcarsi i costi della maggior parte del progetto - circa 2,4 miliardi di euro - che dovevano essere sostenuti dalla Russia, per questo l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha già manifestato in sede parlamentare, che il cane a sei zampe ha

«l’opportunità contrattuale di uscire e la valuteremo».

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