Aver studiato “A” e fare “B” di lavoro. Dopo anni passati sui libri, la prospettiva di sfruttare al meglio in ambito professionale le competenze acquisite durante il percorso di studi è più che legittima.
Eppure, in molti casi non si realizza. Si tratta di un fenomeno molto diffuso in Italia, che risulta il primo Paese europeo per mismatch lavorativo, ossia per il disallineamento tra il campo di istruzione e quello di occupazione.
Molto di più rispetto al resto d’Europa studiamo infatti materie che il mercato del lavoro in realtà non richiede, generando quindi un’insoddisfazione più alta della media (oltre alla disoccupazione).
La corrispondenza tra studio e lavoro
Secondo Eurostat, nel 2024 oltre la metà dei ragazzi europei di età compresa tra i 15 e i 34 anni, più di preciso il 56,4%, con un livello di istruzione medio (scuole superiori) o elevato (dall’università in avanti), ha dichiarato una corrispondenza alta o molto alta tra gli studi compiuti e le proprie mansioni lavorative. Nel caso di un’istruzione di livello medio la corrispondenza è stata al 46,1%, mentre per l’alto livello di istruzione, associato quindi a un più elevato grado di specializzazione, la corrispondenza è stata al 68,1%. Il match tra campo di studi e professione è naturalmente più frequente nel caso si segua un percorso di formazione specifico, meglio se indirizzato poi a un’attività lavorativa molto richiesta. Non stupisce che il più alto livello di corrispondenza tra studi e lavoro sia nella salute: in questo ambito l’80,6% dei laureati europei occupati lavora strettamente nel proprio campo. Molto più raro è farlo se si proviene da discipline umanistiche (52,2%) e giornalismo (59,1%).
Gli italiani che lavorano fuori campo
Passiamo quindi all’Italia, che come anticipato risulta molto in difficoltà ad assicurare la desiderata coerenza tra campo di studi e lavoro. Sempre nel 2024, soltanto il 41,6% dei ragazzi italiani occupati tra i 15 e i 34 anni ha dichiarato di lavorare in un ambito strettamente collegato a quello degli studi: è il valore più basso a livello europeo. Per la Germania si sale al 75,2%, per la Francia al 56,2%. Anche per l’Italia la corrispondenza è bassa nel caso dei lavoratori con istruzione media (31,1%), mentre migliora per l’istruzione di alto livello, al 62,3% (restando però sempre nettamente sotto la media).
Match tra percorso di studi e lavoro
Livello di coerenza (alta o molto alta) tra studi effettuati e lavoro svolto tra gli occupati da 15 e 34 anni in alcuni Paesi europei
Le lauree più “spendibili”
Anche in Italia i più alti livelli di corrispondenza tra campo di studi e lavoro risultano per la salute: l’81,6% dei laureati esprime un’alta corrispondenza tra percorso universitario e professione svolta. Seguono i laureati in materie ICT (76,6%), formazione ed educazione (73,5%), ingegneria (68,5%) e scienze, matematica e statistica (66%). Per legge ed economia la quota di chi fa un lavoro attinente scende al 61,1%, mentre si abbassa ulteriormente nel caso delle materie artistiche e umanistiche (50,7%) e di scienze sociali, comunicazione e giornalismo (47,4%). Le statistiche Eurostat distinguono tra attinenza alta o molto elevata, media/bassa e perfino assente. Sempre tra i laureati occupati, in Italia è l’8,3% ad ammettere di svolgere un lavoro totalmente slegato dal proprio campo di studi: il mismatch è molto alto soprattutto per chi ha studiato agricoltura, silvicoltura o veterinaria, visto che sale al 17%, mentre è naturalmente basso per i medici e le professioni sanitarie (4,8%).
L’ufficio statistico dell’Ue sottolinea che questi dati si basano su autovalutazioni degli intervistati. Non valutano le competenze e non tengono conto di produttività o reddito, anche se forniscono un’indicazione utile per misurare il collegamento tra istruzione e mondo del lavoro: una relazione che in Italia spesso non c’è. Entro il 2030 l’Ue intende raggiungere la quota di almeno il 45% di laureati tra la popolazione che ha tra i 25 e i 34 anni. In Italia al momento siamo di poco sopra il 31%. Oltre a essere uno dei Paesi con la più bassa presenza di laureati, l’Italia ha anche una scarsa quota di studenti nelle materie STEM (le più richieste dalle aziende) e una buona fetta di frequentanti percorsi umanistici (meno ricercati dal mondo del lavoro).
L’eccessiva specializzazione
Oltre a ritrovarsi a fare un lavoro fuori dal proprio campo di studi, c’è anche la possibiltà concreta di essere troppo istruiti: ossia, di fare un mestiere che formalmente non richiederebbe il titolo di studio conseguito. L’Italia risulta uno dei Paesi europei che più si distinguono anche per questo aspetto. Sempre nel 2024, il 70% dei ragazzi europei ha dichiarato di svolgere un lavoro in linea con il proprio livello di istruzione, mentre il 21,7% ha ammesso di fare un mestiere che non avrebbe richiesto il titolo di studio ottenuto (come nel caso dei laureati che lavorano in posizioni per le quali sarebbe bastato il diploma). Per l’Italia la corrispondenza titolo di studio-lavoro è stata del 64,1%, quindi anche in questo caso sotto la media, mentre i giovani con un livello di istruzione superiore alle effettive esigenze lavorative sono stati il 28,9%, di molto sopra il livello medio europeo.
Fonte: Eurostat