Russiagate: cos’è e cosa rischia Donald Trump in questa inchiesta sui rapporti con Mosca?

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Russiagate: cos'è e cosa rischia Donald Trump in questa inchiesta sui rapporti con Mosca?

Russiagate: cos’è e cosa rischia Donald Trump in questa indagine che sta scuotendo gli Stati Uniti sui rapporti tra il Presidente e Mosca durante la scorsa campagna elettorale.

Russiagate: cos’è e cosa rischia Donald Trump in questa indagine che sta scuotendo gli Stati Uniti sui rapporti intercorsi tra il Presidente, il suo staff e Mosca durante la campagna elettorale delle elezioni 2016.

Diventa sempre più grande il Russiagate. Nato più come una serie di ipotesi e supposizioni, l’indagine sul ruolo svolto dalla Russia nelle scorse elezioni presidenziali americane sta invece adesso diventando un serio problema per Donald Trump.

I recenti sviluppi del Russiagate stanno mettendo sempre più in difficoltà il nuovo Presidente, con l’opinione pubblica statunitense sempre più contrariata dai nuovi particolari che starebbero emergendo e soprattutto dal modo di Donald Trump di gestire la vicenda.

Ma cos’è questo Russiagate? Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza su cosa riguarda nello specifico questa indagine e, soprattutto, quali sono i rischi per Donald Trump qualora fosse confermato il suo coinvolgimento diretto.

Russiagate e Trump: la nascita dell’indagine

Le elezioni dello scorso novembre sono state tra le più avvincenti, ma anche controverse e senza esclusione di colpi, della storia recente degli Stati Uniti, con Donald Trump che contro ogni pronostico è riuscito a sconfiggere la grande favorita Hillary Clinton.

Un successo quello del tycoon che però, fin dall’inizio della sua campagna elettorale, è stato accompagnato da accuse e supposizioni di aiuti da parte della Russia di Vladimir Putin per favorire la sua vittoria.

Una ridda di avvenimenti e di sospetti che a inizio 2017 sono sfociate nell’avvio da parte dell’Fbi di un’indagine per fare chiarezza su questi rapporti, con tutta la vicenda che da buona tradizione americana ha preso il nome di Russiagate.

Per capire meglio cos’è il Russiagate bisogna fare un piccolo passo indietro. Nella altrettanto dura competizione delle primarie in seno ai repubblicani e ai democratici, Donald Trump era di sicuro il candidato più controverso e di rottura.

Una figura talmente scomoda che anche il Partito Repubblicano non vedeva di buon occhio una possibile sua candidatura, ma complice anche l’inconsistenza degli avversari Donald Trump alla fine riesce a vincere le primarie ed essere così il candidato conservatore alla Casa Bianca.

Il primo bagliore del futuro Russiagate arriva nel marzo 2016, quando Trump nomina Paul Manafort manager della sua campagna elettorale e Carter Page suo consulente. Entrambi vengono dati come molto vicini alla Russia.

Il primo colpo di scena avviene ad agosto 2016 quando Paul Manafort, di lui leggeremo anche più avanti, è costretto a dimettersi dal suo ruolo nella campagna elettorale di Trump, accusato di aver ricevuto dei finanziamenti provenienti dalla Russia.

Da quel momento comincia ad aleggiare il sospetto che ci sia un disegno preciso di Vladimir Putin per cercare di favorire la vittoria di Donald Trump, vista la poca simpatia del presidente russo nei confronti di Hillary Clinton e dell’amministrazione Obama in generale, rea decretato le sanzioni verso la Russia per la questione dell’Ucraina.

A pochi giorni dal voto, ecco che alcuni hacker russi pubblicano i contenuti di alcune mail dell’entourage democratico, con Trump che subito attacca la sua avversaria, accusandola di essere una donna vicina ai poteri forti.

Un fatto grave questo, che secondo una recente intervista rilasciata da Hillary Clinton avrebbe influito in maniera decisiva, assieme all’operato di James Comey di cui parleremo in seguito, sull’esito finale delle elezioni.

Donald Trump quindi vince a sorpresa le elezioni, nominando il generale dell’esercito in pensione Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale e Jeff Sessions come ministro della Giustizia.

Al vertice dell’Fbi viene confermato il fervente repubblicano James Comey, che era stato nominato da Obama ma che in campagna elettorale aveva rispolverato una vecchia inchiesta contro la famiglia Clinton, mandando su tutte le furie Hillary.

Ad inizio anno però ecco che dalla figura di Michael Flynn nasce il Russiagate. A colloquio con il vice presidente Mike Pence, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale omette di dichiarare di aver parlato delle sanzioni inflitte a Mosca in diversi incontri tenuti con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak.

Un particolare che costa a Flynn il posto e che danno il via all’indagine dell’Fbi e della commissione del Congresso, che vuole fare piena luce sui rapporti tra Trump e il suo entourage con la Russia.

Dopo il caso Flynn, arriva anche il rapporto di un ex agente britannico che parla di un dossier realizzato dalla Russia tempo fa su Donald Trump, allo scopo di ricattare il tycoon visto i suoi contenuti imbarazzanti: nelle pagine in questione si parla di giochi sessuale e di affari poco limpidi intrattenuti a Mosca.

Andiamo avanti e questa volta a finire nell’occhio del ciclone è il ministro della Giustizia Jeff Sessions, che al Senato nega di aver mai incontrato l’ambasciatore russo Kislyak, mentre altri fonti confermerebbero l’accaduto.

In mezzo c’è poi anche la figura sempre di Michael Flynn, che in un primo momento si era detto disponibile a testimoniare in cambio dell’immunità, salvo poi trincerarsi dietro un prolungato silenzio.

Gli sviluppi del Russiagate

Con il continuo delle indagini si arriva poi agli ultimi sviluppi. A sorpresa Donald Trump decide di licenziare James Comey, che con la sua Fbi stava proprio indagando sul Russiagate. Per l’opinione pubblica il gesto è stato interpretato come un chiaro tentativo di far naufragare l’attività investigativa.

Dopo il licenziamento di Comey poi è arrivato il mandato di comparizione recapitato a Flynn, che così dovrà testimoniare sui suoi rapporti intrattenuti con Mosca. Un’ipotesi che fa tremare Trump, che potrebbe anche essere travolto da questo Russiagate.

Ma la svolta sul Russiagate potrebbe arrivare dopo l’ammissione di Donald Trump, arrivata via Twitter, di aver condiviso con il ministro degli Esteri russo Lavrov delle informazioni riservate inerenti al tema terrorismo.

L’uscita di Trump ha spiazzato anche lo stesso staff del Presidente, che fin dalle prime indiscrezioni aveva sempre negato l’accaduto. Bisognerà vedere adesso che piega potranno prendere le indagini ma anche come reagirà l’opinione pubblica americana.

Come se non bastasse, a parlare adesso è anche James Comey, l’ex capo dell’Fbi licenziato da Trump. In un memorandum infatti si legge che il Presidente gli chiese in un incontro svolto a febbraio di insabbiare il Russiagate.

In particolare, secondo Comey ci fu una richiesta specifica di Donald Trump per far calare il silenzio sull’indagine riguardante Flynn, che sempre più appare essere il vero elemento chiave di questa vicenda.

Non si è fatta attendere comunque la risposta della Casa Bianca, che ha negato ogni possibile richiesta fatta da Trump per cercare di insabbiare il Russiagate e l’indagine su Michael Flynn.

Oltre ai collaboratori, Trump deve guardarsi anche dai problemi in famiglia. Jared Kushner, marito dell’amata figlia Ivanka, sarebbe anche lui indagato in questa vicenda che riguarda i rapporti con il Cremlino.

Dopo la vittoria elettorale, Kushner è diventato uno dei più fidati consiglieri di Donald Trump, ma il Russiagate ora rischia di travolgere anche lui. Secondo gli inquirenti, Jared sarebbe a conoscenza di notizie rilevanti riguardo l’inchiesta.

Una notizia questa che arriva mentre il Presdiente Trump, assieme a tutta la famiglia, è impegnato al G7 di Taormina dopo che nei giorni precedenti il tycoon aveva visitato l’Arabia Saudita, Israele e anche l’Italia.

Appena tornato dal G7 di Taormina, per Trump è arrivata una nuova brutta notizia. Secondo delle indiscrezioni pubblicate dalla stampa americana, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Mike Flynn avrebbe accettato di consegnare alla commissione di indagine del Senato i documenti in suo possesso sul caso Russiagate.

Un nuovo brutto colpo quindi per Donald Trump, che in patria fa fatica ad arginare le pressioni e le critiche che piovono da tutte le parti soprattutto dopo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta.

Per cercare di arginare questa situazione, il Presidente ha deciso di sacrificare il suo capo dello staff comunicazione, Mike Dubke, che sarebbe sul punto di dimettersi viste le difficoltà nel gestire le esternazioni di un Trump sempre più in difficoltà.

Ad inguaiare però Trump è stata la testimonianza dell’ex capo dell’Fbi in audizione al Senato americano. James Comey infatti ha dichiarato come non ci siano dubbi sul fatto che la Russia abbia interferito nelle elezioni Usa.

Inoltre, Comey ha aggiunto che il Presidente abbia mentito sia su di lui che sull’intera Fbi. A questo punto i rischi per Donald Trump di essere messo sotto impeachment aumentano in maniera considerevole.

Trump sempre più nei guai

Proprio la deposizione di Comey potrebbe essere costata molto cara al tycoon. Mentre Trump stava festeggiando il compleanno per i suoi 71 anni, ecco che il Washington Post pubblicava uno scoop dove si dava la notizia che il Presidente fosse ufficialmente indagato per la vicenda Russiagate.

Una fuga di notizie ritenuta scandalosa da parte degli ambienti vicini alla Casa Bianca, visto che la rivelazione giornalistica ipotizza che Donald Trump sarebbe indagato per ostruzione alla giustizia.

Al centro ci sarebbe il licenziamento di James Comey e le sue dichiarazioni al Senato. Il Presidente ha bollato le parole dell’ex capo dell’Fbi come falsità, ma il rischio di impeachment a questo punto per Trump diventa sempre più probabile.

Alla fine però anche da parte di Donald Trump è arrivata la conferma della notizia dell’indagine su di lui. Naturalmente, la notizia è stata data dal Presidente a modo suo, ovvero tramite Twitter.

Dopo l’iniziale smentita ecco quindi arrivare la conferma dei guai del tycoon, con Donald Trump però che si scaglia anche contro chi sta conducendo le indagini, reo secondo lui di aver avallato la scelta di licenziare James Comey. Un particolare questo destinato senza dubbio a creare altro clamore.

A finire nell’occhio del ciclone per il Russiagate però è anche Donald Trump Jr., figlio del Presidente. Dopo una serie di anticipazioni da parte della stampa, il rampollo infatti ha ammesso un incontro con un’avvocatessa vicina a Mosca prima delle elezioni, pubblicando anche il contenuto di alcune mail a riguardo.

In sostanza, il figlio di Trump nel giugno 2016 avrebbe ricevuto offerte per avere del materiale che potesse infangare la figura di Hillary Clinton, all’epoca la sfidante del padre alle elezioni, reagendo in maniera entusiasta: «I love it».

Donald Trump Jr. ha poi detto di non aver mai fatto parola al padre dell’incontro con l’avvocatessa e dello scambio di mail con un suo intermediario, fatto questo ribadito anche dal Presidente.

Intanto al Congresso è arrivato il primo atto formale di richiesta di impeachment da parte di un deputato democratico, un primo passo verso una lunga e complessa strada che potrebbe portare alle dimissioni o alla condanna di Trump.

Altro passo poi è stata la selezione, da parte del procuratore speciale Robert Mueller, di un Grand Jury a Washington. Gli esperti dicono che questo atto sia sintomo di una accelerazione nell’indagine, che a breve potrebbe portare a nuovi sviluppi.

Sempre Muller infatti secondo molte voci avrebbe ormai raccolto prove a sufficienza per incriminare Michael Flynn. Se così fosse sarebbe un nuovo guaio visto che proprio il tycoon lo aveva nominato consigliere per la sicurezza nazionale nonostante Obama avesse avvertito dei sospetti di una sua collaborazione con i russi.

Intanto la CNN ha riportato un’indiscrezione dove si parla di una mail, scoperta dai membri del Congresso che stanno indagando sul Russiagate, dove si farebbe riferimento agli sforzi del comitato elettorale del tycoon nell’organizzare un incontro con Putin nel periodo precedente al voto.

Anche Facebook poi con le proprie ammissioni ha alimentato i sospetti sulla veridicità di questo Russiagate. La società di Zuckerberg infatti ha ammesso che, già a partire dal 2015 quando Trump annunciò la propria candidatura, i famigerati falsi account riconducibili alla Russia hanno speso in pubblicità sul social network circa 100.000 dollari.

Dopo Facebook poi è stata la volta di Twitter. Anche l’altro famoso social infatti ha ammesso che nel 2016 circa duecento account riconducibili a società russe, ora tutti sospesi, avrebbero speso in pubblicità 274.000 dollari.

Questa dei «troll» russi che avrebbero favorito l’attuale Presidente durante la campagna elettorale, cercando di screditare anche con false accuse gli avversari politici, è stato uno dei primi sentori che poi hanno portato all’apertura dell’indagine.

Visto l’accrescere delle prove contro Trump, anche la sua sfidante alle elezioni dello scorso novembre Hillary Clinton è pronta a fare la propria mossa, dopo aver in questi mesi temporeggiato osservando l’evolversi della vicenda.

La Clinton infatti potrebbe decidere di contestare la legittimità della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016. Eventualità questa che stando alle parole dell’ex first lady diventerebbe certezza se fosse appurato l’interferenza durante le elezioni da parte della Russia.

Per Trump le cose però se possibile da male si stanno mettendo anche peggio. Il suo ex capo della campagna elettorale Paul Manafort si è infatti costituito ai Federali accusato di cospirazione per una vicenda di fondi neri. Tutti si chiedono se ora parlerà anche dei rapporti con la Russia.

Mentre sembrerebbe che i post pubblicati da Mosca su Facebook sotto il periodo elettorale siano stati letti da 126 milioni di americani, un ex collaboratore George Papadopoulos ha ammesso di aver collaborato con i russi per raccogliere materiale contro i Democratici.

Nonostante le sempre maggiori prove e le ammissioni, il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di credere a Vladimir Putin quando dice che la Russia è estranea alla vicenda. Parole queste che hanno scatenato un vespaio di polemiche con il tycoon che è stato costretto a una immediata e repentina correzione parlando anche di fiducia nell’operato della CIA.

Il puzzle del Russiagate quindi si aggiunge ogni giorno di un pezzo, con Donald Trump ormai sempre più impopolare nel suo paese tanto che potrebbe ben presto andare incontro anche all’impeachment.

Russiagate: cosa rischia Trump?

A breve quindi ci potrebbero essere ulteriori sviluppi sul Russiagate. Molto dipenderà dalla testimonianza di Flynn e da cosa potrebbe emergere a riguardo sui rapporti intrattenuti con la Russia.

Se dalle prossime testimonianze o indagini dovesse emergere un coinvolgimento diretto e colpevole di Trump nella vicenda, il presidente rischierebbe molto seriamente di finire sotto impeachment.

L’impeachment è un rinvio a giudizio di un pubblico ufficiale nel caso in cui si possa ritenere che abbia commesso comportamenti illeciti nell’adempimento ed esercizio delle proprie funzioni.

In tutta la storia degli Stati Uniti, finora solo due presidenti sono stati salvati una volta finiti sotto la procedura di impeachment dal Senato: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998, quest’ultimo a seguito della nota vicenda a sfondo sessuale che per mesi ha riempito i giornali non solo di politica ma anche di gossip di tutto il mondo.

Tutti gli altri Presidenti invece si sono sempre dimessi prima, come fece per esempio Richard Nixon quando fu coinvolto nel famigerato caso Watergate nel 1974.

Al momento quindi non è ancora dato sapere se Donald Trump alla fine possa essere posto sotto impeachment, ma conoscendo lo spirito battagliero del Presidente è molto difficile che anche nel caso di un giudizio possa dimettersi, abbandonando di fatto la Casa Bianca soltanto pochi mesi dopo la sua elezione.

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