Regioni in zona rossa in autunno: perché potrebbe ancora succedere

Simone Micocci

27/07/2021

30/07/2021 - 18:42

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Nonostante i nuovi criteri per il cambio colore delle regioni e l’avanzare della campagna vaccinale, il rischio di avere regioni in zona rossa nel prossimo autunno è ancora reale.

Regioni in zona rossa in autunno: perché potrebbe ancora succedere

Come noto, con l’ultimo decreto del 22 luglio approvato dal Consiglio dei Ministri diventa più difficile il passaggio in zona rossa di una Regione.

Contestualmente alle nuove regole sul green pass, infatti, sono stati modificati i criteri per il passaggio alle zone gialle, arancioni e rosse guardando perlopiù alla situazione negli ospedali.

Alla luce di questi nuovi criteri, e guardando agli sviluppi della campagna vaccinale, si potrebbe pensare che questa volta sarà molto complicato per una regione passare in zona rossa. Ma è davvero così? Proviamo a fare chiarezza a riguardo guardando ai numeri della pandemia - passati, presenti e futuri - così da capire se effettivamente ci sono delle possibilità che ancora per una stagione sentiremo parlare di lockdown e zone rosse.

Quando scatta la zona rossa con i nuovi criteri

Come prima cosa ricordiamo quando scatta la zona rossa in Italia secondo quelli che sono i nuovi parametri.

Dal momento che si guarderà solamente alla situazione negli ospedali, vengono fissate delle soglie di occupazione oltre le quali si prevede l’introduzione di nuove restrizioni:

  • terapia intensiva: oltre il 30% di posti letto occupati;
  • reparti ordinari: oltre il 40% di posti letto occupati.

Con i vaccini che riducono drasticamente le probabilità di sviluppare una grave sintomatologia da Covid possiamo sperare che le suddette soglie non vengano mai raggiunte e che quindi potremo passare un autunno e un inverno senza zone rosse. Ma è davvero così?

Covid: contagiati in terapia intensiva, cosa è successo nei mesi scorsi

Guardiamo, ad esempio, alla situazione durante la seconda ondata che colpì l’Italia nell’autunno del 2020. Esattamente alla data del 4 dicembre, come confermato da Anaao (Associazione medici dirigenti), c’erano ben 15 Regioni che avevano una soglia di posti letto occupati superiore al 30%, ossia:

  • Lombardia (59%)
  • Piemonte (57%)
  • Puglia (50%)
  • Province autonome di Trento e Bolzano (46%)
  • Marche 45%
  • Liguria 45%
  • Umbria 44%
  • Toscana 44%
  • Sardegna 39%
  • Abruzzo 39%
  • Lazio 38%
  • Friuli Venezia Giulia 34%
  • Valle d’Aosta 33%
  • Emilia Romagna 33%
  • Veneto 31%

Tutte e 15 con gli attuali criteri sarebbero passate in zona rossa (allora, invece, lo erano solo Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lombardia e Piemonte, mentre Campania, Toscana, Valle D’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano erano in zona rossa ma sarebbero passate in arancione il successivo 6 dicembre).

Guardando al bollettino del 4 dicembre 2020, sappiamo che allora i ricoverati in terapia intensiva erano 3.567 in totale, mentre 31.200 erano i ricoverati con sintomi negli altri reparti. In totale, i pazienti positivi erano 757.702, con una percentuale di ospedalizzazione dunque del 4%, di cui il 10% con la possibilità di passare in terapia intensiva.

Questi numeri potranno ripetersi? Il rischio, nel caso in cui la campagna vaccinale non dovesse dare i numeri sperati, esiste.

Covid: ci saranno numeri da “zona rossa” in autunno?

Oggi i ricoverati in terapia intensiva sono 182, mentre nei reparti ordinari sono 1.512. Siamo molto lontani, dunque, dai numeri della seconda ondata, ma va detto che l’estate scorsa la situazione era persino migliore di oggi: nel bollettino del 26 luglio 2020, infatti, il numero totale di attualmente positivi era di 12.565 persone, di cui 735 ricoverate con sintomi e 44 in cura presso le terapie intensive.

Oggi gli attualmente positivi sono 68.236, con una percentuale di ospedalizzazione del 2,5% in Italia. Il 10,7% dei ricoverati si trova invece in terapia intensiva.

Attualmente, dunque, ci sono più persone in terapia intensiva rispetto allo scorso anno nello stesso periodo, nonostante allora la percentuale di ospedalizzazione era del 6%.

Quanto sta succedendo oggi, dunque, conferma quanto gli esperti sostengono da settimane: la variante Delta è molto più contagiosa ed è per questo che la curva cresce velocemente. Allo stesso tempo, però, l’alto numero di vaccinati riduce il rischio di ospedalizzazione: nel periodo che va dal 21 giugno al 4 luglio 2021, guardando solamente agli Over 80, 1 persona non vaccinata ogni 5 mila è stata ricoverata in ospedale, 1 ogni 75 mila nel caso dei vaccinati (con entrambe le dosi).

Ma negli Over 80 ci sono ancora molti non vaccinati: circa 400 mila persone per l’esattezza, alle quali si aggiungono gli oltre 900 mila nella fascia 70-79 e 1 milione e 8 nella fascia 60-69. Ci sono, dunque, circa 2 milioni e mezzo di persone nella fascia più a rischio che potrebbero ancora contagiarsi e rischiare il ricovero in ospedale. A queste se ne aggiungono poi altre 6 milioni tra i 59 e i 40.

Basti pensare che in questo ultimo anno e mezzo sono stati 4,32 milioni i contagiati totali in tre ondate. A oggi, dunque, la percentuale dei non vaccinati non può farci dormire sonni tranquilli, in quanto c’è ancora un’amplia platea di persone che rischia di contagiarsi e andare in ospedale.

Se arriveremo a settembre-ottobre, quando si stimano anche 50 mila contagiati al giorno, con un’alta percentuale di non vaccinati, il rischio di avere delle regioni di nuovo in zona rossa è concreto. Non facciamo previsioni sul quando, non spetta a noi: ci limitiamo a mettere alla luce quello che - stando ai numeri del passato e del presente - potrebbe ancora succedere.

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