Cambiamenti climatici, eventi estremi e scarso controllo del territorio favoriscono un dissesto idrogeologico sempre più strutturale nel nostro Paese
L’incolumità di milioni di italiani è seriamente a rischio, e l’estate 2026 lo sta ricordando nel modo più concreto possibile. Quella che stiamo attraversando si annuncia infatti come una delle stagioni più calde di sempre, anche peggiore dell’infernale 2003: le proiezioni dei principali centri meteo europei parlano di anomalie termiche anche di 2-3 gradi oltre la media climatica, con l’anticiclone africano stabilmente insediato sul Mediterraneo, notti tropicali e ondate di calore prolungate. Il caldo estremo, però, non è soltanto una questione di afa e disagio: è la miccia che innesca gli eventi più violenti. Quando l’atmosfera accumula grandi quantità di energia, basta una minima variazione per scatenare piogge torrenziali, grandinate e nubifragi improvvisi, le cosiddette flash flood, capaci di trasformare in poche ore un terreno già fragile in una frana o in un’alluvione. È il paradosso della crisi climatica: mesi di siccità e caldo torrido preparano il terreno, e poi bastano poche ore di pioggia concentrata per fare disastri.
Su questo sfondo, i numeri dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) scattano una fotografia impietosa. Secondo il quarto Rapporto Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio, in Italia sono 5,7 milioni i cittadini che vivono in zone a rischio frane, di cui 1,28 milioni risiedono nelle aree classificate a maggiore pericolosità. A questi si aggiungono i 6,8 milioni di abitanti esposti al rischio alluvioni. I dati sono preoccupanti: il 94,5% dei comuni italiani - ben 7.463 su un totale di poco più di 7.900 - è soggetto a pericolo di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Ma quali sono le Regioni che rischiano di più?
Da fatto eccezionale a condizione permanente
La frana del 25 e 26 gennaio 2026 a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, le cui immagini hanno fatto il giro d’Italia, e i danni causati dal ciclone Harry in Sicilia, Calabria e Sardegna hanno riportato prepotentemente l’attenzione sul tema del rischio idrogeologico. In quella notte il terreno del quartiere Sante Croci ha continuato a muoversi, con il piano di campagna che si è abbassato fino a circa dieci metri in poche ore. Il bilancio è pesante: oltre 1.600 sfollati, quasi 880 edifici evacuati, una frana larga più di quattro chilometri. Il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza, nominato il capo della Protezione Civile commissario straordinario per l’area e stanziato 150 milioni per Niscemi, all’interno di un pacchetto complessivo di oltre un miliardo di euro per i territori colpiti dal maltempo.
La paura di veder crollare la propria casa da un momento all’altro sta aumentando in Italia e, purtroppo, il timore non è del tutto ingiustificato. Il moltiplicarsi dei disastri naturali di questi ultimi anni è indicativo: il triennio 2022-2024 è stato segnato da eventi idro-meteorologici di eccezionale intensità, dalle esondazioni nelle Marche del settembre 2022 alle colate di fango di Ischia del novembre 2022 - con dodici vittime - fino alle alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023, che hanno provocato danni stimati in 8,6 miliardi di euro e oltre 80.000 frane in un solo mese. Il dissesto idrogeologico si è trasformato da fatto eccezionale a condizione permanente per lo Stivale. Per questo motivo è fondamentale conoscere quali sono le aree più a rischio nel Paese.
Le Regioni più a rischio di frane e alluvioni
L’ultimo rapporto ISPRA sui dati 2024 certifica che la superficie del territorio italiano considerata a pericolosità per frane è aumentata del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 chilometri quadrati, ovvero il 23% dell’intera superficie nazionale. Le aree classificate a maggiore pericolosità (elevata P3 e molto elevata P4) sono salite dall’8,7% al 9,5% del territorio. È bene chiarire un punto: questo incremento non è dovuto soltanto a nuove frane, ma soprattutto a un miglioramento della capacità di mappatura da parte delle Autorità di bacino distrettuali, che hanno aggiornato i Piani di Assetto Idrogeologico (PAI).
La regione più esposta al rischio frane è la Valle d’Aosta, dove gran parte del territorio è classificato ad altissimo rischio, con una probabilità di frana superiore al 90%. Ma non è l’unica area a presentare livelli critici. Anche il circondario di Napoli, il confine tra Campania e Puglia, alcune zone della Maremma toscana, i dintorni di Bergamo, in Lombardia, e l’area sud-occidentale della Sardegna mostrano valori di pericolosità superiori all’80%. Gli aumenti più marcati delle aree a rischio sono stati registrati nella Provincia Autonoma di Bolzano (+61,2%), in Toscana (+52,8%), in Sardegna (+29,4%) e in Sicilia (+20,2%): la crisi climatica ha alzato il livello di pericolo anche in zone tradizionalmente ritenute più «tranquille».
Se si guarda invece alla popolazione coinvolta, le Regioni con i valori più elevati di abitanti a rischio per frane e alluvioni sono, nell’ordine, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Liguria. Per quanto riguarda nello specifico il rischio alluvioni, l’Emilia-Romagna si conferma la regione più vulnerabile, soprattutto nella parte della Pianura Padana al confine con Veneto e Lombardia.
Altri territori esposti includono la fascia costiera tra Veneto e Friuli Venezia Giulia e alcuni tratti del litorale toscano. Tra le province spiccano infine i numeri di Napoli, Salerno e Genova, dove, secondo le stime, ci sono più di 30mila famiglie a rischio elevato.
Complessivamente, oltre 582mila famiglie, 742.000 edifici, quasi 75.000 unità locali di impresa e 14.000 beni culturali sono esposti al rischio nelle aree a maggiore pericolosità da frana. Non è quindi in gioco soltanto l’incolumità delle persone, ma anche il patrimonio culturale, l’ambiente e il tessuto produttivo del Paese.
Uno dei Paesi più franosi d’Europa
L’Italia si conferma tra i Paesi europei più esposti al rischio frane. Secondo l’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), realizzato da ISPRA insieme a Regioni, Province autonome e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA), al 2024 sono oltre 636.000 le frane censite sul territorio nazionale. Un dato tanto più allarmante se si considera che circa il 28% di questi fenomeni è caratterizzato da una dinamica estremamente rapida e da un elevato potenziale distruttivo, con conseguenze spesso drammatiche, inclusa la perdita di vite umane.
Le caratteristiche del nostro territorio - per il 75% montano-collinare - rendono questi episodi estremamente diffusi. I fattori più importanti per l’innesco delle frane sono le precipitazioni brevi e intense, quelle persistenti e i terremoti. A questo si aggiunge l’attività dell’uomo che, migrando verso le città, lascia i territori montani senza una vera e assidua manutenzione. Non è poi da sottovalutare il fenomeno della cementificazione e dell’impermeabilizzazione del terreno: questi due processi limitano le capacità di infiltrazione delle acque, aggravando il rischio. Il caso di Ischia ci ha ricordato come la presenza umana, soprattutto quando abusiva, possa trasformarsi in una condanna.
I dati su erosione costiera e valanghe
Il rapporto ISPRA ha fornito anche qualche dato più confortante. Per quanto riguarda l’erosione costiera, si registra finalmente un trend positivo: i tratti di litorale in avanzamento sono aumentati di circa 30 chilometri rispetto a quelli in arretramento. Tra il 2006 e il 2020, oltre 1.890 chilometri di spiagge italiane - pari al 23% dell’intera linea costiera e al 56% delle sole spiagge - hanno subito modifiche significative, con 965 chilometri in avanzamento e 934 in erosione. Si tratta, secondo gli esperti, del probabile effetto dei continui interventi di ripascimento e delle opere di protezione realizzati negli anni.
Anche le valanghe rappresentano una criticità per diverse aree del Paese. La superficie del territorio italiano potenzialmente soggetta a questi fenomeni si estende per 9.283 chilometri quadrati, pari al 13,8% delle aree montane situate sopra gli 800 metri di altitudine. Per la prima volta ISPRA ha realizzato una cartografia armonizzata a livello nazionale, grazie al contributo di AINEVA, del Servizio Meteomont dei Carabinieri e delle Regioni e ARPA competenti. Le zone maggiormente esposte sono localizzate nelle Alpi - in particolare in Valle d’Aosta, Alto Adige, Trentino, Piemonte e Lombardia - ma non mancano aree vulnerabili anche lungo l’Appennino, soprattutto in Abruzzo.
Come capire se un terreno è a rischio frana?
Per capire se un terreno è a rischio dissesto idrogeologico ci sono segnali evidenti, visibili a occhio nudo, e altri meno evidenti che devono essere valutati dagli esperti. Tra quelli più immediati ci sono le crepe nei muri degli edifici, gli alberi inclinati in posizioni anomale e i piccoli smottamenti sul terreno. Un altro indicatore da non sottovalutare è la presenza di argini artificiali lungo i fiumi: sono lì perché in passato il corso d’acqua ha creato problemi.
Serve invece il parere di un professionista per comprendere la conformazione geologica del terreno - i terreni argillosi sono più a rischio - e per sapere se l’area in cui si intende costruire o acquistare una casa è stata in passato oggetto di vincoli idrogeologici.
Meglio evitare di credere soltanto al venditore o all’agenzia: la strada più sicura è quella di richiedere i documenti ufficiali all’amministrazione e consultare le mappe pubbliche ISPRA sulla piattaforma IdroGEO, l’applicazione web open data che consente di verificare la pericolosità per frane e alluvioni in un raggio di 500 metri dalla propria abitazione o attività.
Come ridurre i rischi e vivere sereni
L’unica strada possibile per affrontare il rischio idrogeologico è quella della prevenzione. Prima di acquistare un terreno o una casa dobbiamo sempre conoscere la classificazione del territorio sulla base della piattaforma IdroGEO e delle mappe della Protezione Civile Regionale. In secondo luogo è sempre bene richiedere una perizia di un geologo esperto e verificare se esistono vincoli urbanistici o geologici per l’edificazione.
Se invece viviamo già in una zona a rischio, è possibile valutare opere di drenaggio, di consolidamento dei versanti e di rafforzamento delle fondamenta. Sul fronte pubblico, ISPRA gestisce due strumenti chiave a supporto delle politiche di mitigazione: la già citata piattaforma IdroGEO e ReNDiS, il Repertorio nazionale degli interventi finanziati per la difesa del suolo. Ma il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro: non possiamo più permetterci una gestione del territorio basata sulla logica dell’emergenza. Servono politiche strutturali, risorse adeguate e, soprattutto, un cambio di mentalità. Perché la fragilità idrogeologica non è solo un problema tecnico, ma un tema che riguarda la sicurezza delle persone, la salvaguardia del patrimonio e il futuro stesso delle comunità locali.