Pensioni: i sindacati chiedono le stelle (ma non arriveranno neppure alla luna)

Simone Micocci

28 Luglio 2021 - 12:00

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I sindacati chiedono di ripensare il sistema pensionistico: pensione a 62 anni o in alternativa con 41 anni di contributi. Non sembrano essere due ipotesi realizzabili, vediamo perché.

Pensioni: i sindacati chiedono le stelle (ma non arriveranno neppure alla luna)

I sindacati sono sul piede di guerra sul fronte pensioni: nonostante c’è chi si ritiene “ottimista” dopo l’incontro che si è tenuto nella giornata di ieri con il Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, non mancano le minacce di “scendere in piazza” nel caso in cui da parte del Governo non dovesse esserci l’accoglimento delle proposte avanzate.

E che proposte: i sindacati hanno ribadito di volere una flessibilità in uscita a partire da 62 anni, o in alternativa con 41 anni di contribuzione (indipendentemente dall’età anagrafica). Il tutto rigorosamente “senza penalizzazioni”.

Personalmente ritengo che i sindacati si siano presentati al tavolo della trattativa chiedendo appositamente “le stelle”, con la speranza di raggiungere almeno “la luna”.

Basti guardare a quanto successo negli ultimi mesi, infatti, per rendersi conto che le proposte dei sindacati sono alquanto impossibili da attuare, anche perché rappresenterebbero un segnale di continuità con Quota 100.

Il Governo Draghi ha “rotto” con Quota 100

Parliamoci chiaro: il Governo guidato da Mario Draghi non ha voluto confermare Quota 100. La possibilità di farlo c’era: bastava prorogare la misura, che tra l’altro è costata meno di quanto si credeva inizialmente, per qualche altro anno ancora così da analizzarne gli effetti nel lungo periodo.

Invece no: Quota 100 cesserà di esistere dal 1° gennaio 2022 e solo coloro che ne maturano i requisiti entro l’anno in corso potranno comunque andarci (per il cosiddetto principio di cristallizzazione). Una decisione presa anche per seguire le raccomandazioni dell’Unione Europea che ci chiede di “dare piena attuazione della Legge Fornero” e di mettere da parte qualsiasi misura di flessibilità (com’è stata appunto Quota 100).

E si tratta di raccomandazioni vincolanti: l’Unione Europea, infatti, ha messo nel mirino 12 Paesi (tra cui manco a dirlo c’è anche l’Italia) che presentano degli squilibri eccessivi, chiedendo loro “spiegazioni dettagliate di come questi verranno affrontati e su come le criticità verranno risolte”.

L’Unione Europea, dunque, ci osserva e il nostro comportamento sarà tenuto sotto controllo ai fini dell’erogazione delle risorse del Recovery fund. E non è escluso che da Bruxelles possa esserci il veto a una riforma delle pensioni che contribuirà a innalzare la spesa previdenziale, andando quindi a rafforzare quello squilibrio che invece dovrebbe essere risolto.

Questo i sindacati non possono non saperlo ed è per questo motivo che mi sorprende leggere che questi si sono presentati al tavolo con il Ministro del Lavoro chiedendo di approvare misure come Quota 41 per tutti.

Perché Quota 41 per tutti equivale a chiedere le stelle

Il progetto iniziale del primo Governo Conte, sostenuto dalla maggioranza Lega-Movimento 5 Stelle, era di avviare un periodo transitorio con Quota 100 per poi arrivare a una “cancellazione” della Legge Fornero nel 2022, attuando Quota 41 per tutti.

In questo modo, anziché accedere alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne), frutto delle decisioni prese con la riforma del 2011, si potrebbe farlo con 41 anni di contributi.

Si tratterebbe di una vera e propria svolta, in quanto vorrebbe dire permettere di andare in pensione quasi due anni prima rispetto a oggi.

Bello sì, ma economicamente non sostenibile. E non lo dico io ma l’Inps. Nella relazione di fine anno, infatti, l’Istituto ha fatto le stime di quanto potrebbe costare una tale misura: la spesa da affrontare è di 4,3 miliardi di euro nel primo anno, per poi salire a 9,2 miliardi dopo 10 anni. L’operazione costerebbe dunque più di Quota 100 e fatico a credere che il Governo Draghi abbia deciso di dire addio a quest’ultima per attuare una riforma persino più onerosa facendone gravare il costo sulle generazioni future.

Basti pensare che la Lega, principale fautrice della riforma delle pensioni e della cancellazione della Legge Fornero, ha depositato un disegno di legge per una Quota 41 per tutti ma prevedendo una penalizzazione in uscita, ossia un ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, proprio per abbattere i costi della stessa.

Pensioni: i sindacati “chiedono le stelle per ottenere la luna?

La tattica dei sindacati potrebbe essere quella di fissare un obiettivo particolarmente ambizioso per poi poter fare pian piano dei passi indietro ma raggiungendo comunque un traguardo importante. Come dire: oggi chiediamo di andare in pensione a partire dai 62 anni ma potremo accontentarci anche di 64 anni.

Potrebbe rivelarsi una tattica vincente - le parti sociali sono sicuramente più preparate di me nel condurre determinate trattative - ma personalmente sarei alquanto sorpreso di vedere un Governo guidato da Mario Draghi, leader fortemente europeista, attuare una riforma delle pensioni che contribuisca a innalzare la spesa pensionistica in Italia, andando quindi contro a quelle che sono le richieste che arrivano da Bruxelles.

C’è un aspetto su cui, secondo il mio personale parere, il sindacati devono andare oltre: il rifiuto a non prevedere alcuna forma di penalizzazione per coloro che decidono di anticipare l’accesso alla pensione. Questo, infatti, sarebbe l’unico modo per rendere sostenibile una riforma, facendo quindi pagare sul lavoratore il costo del pensionamento anticipato. Senza penalizzazioni crediamo che sarà impossibile qualsiasi misura di flessibilità.

Non che questa sia la soluzione migliore per il cittadino, ovvio: tutti vorremmo andare prima in pensione e mantenere inalterato l’assegno. Ma bisogna essere realisti e guardare all’attuale situazione, sia economica che politica: pretendere che il Governo dia risposte su un pensionamento a 62 anni o comunque con 41 anni di contributi, innalzando oltremisura la spesa sulle pensioni, equivale invece a non esserlo.

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