Patto di stabilità: cos’è e cosa prevede?

Isabella Policarpio

04/03/2021

04/03/2021 - 12:28

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Il patto di stabilità è l’accordo con cui i Paesi europei hanno concordato una politica di controllo dei bilanci interni basata sul deficit pubblico e sul Pil. Spieghiamo come funziona, cosa prevede e a cosa serve.

Patto di stabilità: cos'è e cosa prevede?

Cos’è il patto di stabilità, a cosa serve e perché è così importante nell’ambito delle politiche europee? Si tratta di uno dei pilastri su cui si regge l’Ue e serve ad armonizzare le politiche di bilancio pubblico perseguite dai Paesi membri.

Il patto si stabilità e crescita, abbreviato PSC, serve a garantire la stabilità economica interna e si basa su due parametri fondamentali: il deficit dei singoli Stati contraenti e il rapporto debito pubblico e Pil.

Chi non rispetta i vincoli concordati rischia una pesante procedura d’infrazione che si traduce dapprima in una raccomandazione e poi in una sanzione vera e propria.

Tuttavia, in considerazione del particolare momento che l’Ue sta vivendo a causa del Covid-19, la Commissione europea ha deciso di sospendere il patto di stabilità.

Spieghiamo come funziona.

Cos’è il patto di stabilità e crescita

Nel gergo comune viene chiamato “patto di stabilità” ma , in realtà, si tratta dello “Stability and Growth Pact” (quindi patto di stabilità e crescita) con il quale l’Unione europea richiede ai Paesi membri il rispetto di alcuni parametri di bilancio.

Nel dettaglio, il patto di stabilità consiste nel rispetto delle seguenti soglie:

  • il rapporto deficit e Pil non deve superare il 3%
  • il rapporto debito pubblico e Pil non deve superare il 60%

Stando alle parole della Commissione europea, i parametri previsti nel patto di stabilità “mirano a evitare che le politiche di bilancio vadano in direzioni potenzialmente problematiche” e a “correggere disavanzi di bilancio o livelli del debito pubblico eccessivi”.

Quando e perché è nato il patto di stabilità

Il patto di stabilità e crescita è stato stilato e sottoscritto dai Paesi membri dell’Unione europea nel 1997, modificato in prima battuta con una risoluzione e poi con due successivi Regolamenti europei - ritoccati nel 2005 - del Consiglio europeo.

Alla base di questo accordo c’era, e c’è tutt’ora, l’intento di controllare le politiche di bilancio pubbliche e mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e monetaria europea, e quindi rafforzare il percorso di integrazione monetaria che ha avuto il via con la sottoscrizione del Trattato di Maastricht nel 1992.

La procedura d’infrazione

Gli Stati membri che non soddisfano i parametri previsti dal patto di stabilità (rapporto deficit/Pil < 3% e rapporto debito/Pil < 60%) possono subire la procedura d’infrazione prevista all’articolo 104 del Trattato che consta in tre fasi:

  • avvertimento;
  • raccomandazione;
  • sanzione.

Qualora il disavanzo di un Paese membro si avvicinasse al tetto del 3% del Pil, la Commissione europea propone - su approvazione del Consiglio dei ministri europei in sede di Ecofin - l’avvertimento preventivo (early warning) al quale segue una raccomandazione vera e propria se tale soglia viene superata.

Se, nonostante la raccomandazione, il Paese in questione non adotta misure correttive idonee a modificare la propria politica di bilancio, può essere sottoposto ad una sanzione che prende la forma di un deposito infruttifero; questo può essere convertito in una ammenda trascorsi 2 anni di persistenza del deficit eccessivo.

La sanzione ha una componente fissa (pari allo 0,2% del Pil) e una variabile (pari ad 1/10 dello scostamento del disavanzo pubblico dalla soglia del 3%) il cui importo complessivo non può comunque superare il tetto massimo dello 0,5% del Pil.

Al contrario, se lo Stato membro adotta tempestivamente le misure correttive, la procedura d’infrazione è sospesa fino a quando il deficit non viene portato sotto il limite del 3%.

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