Negli ultimi giorni sta prendendo forma l’ipotesi di una nuova tassa sull’oro che, a un primo sguardo, potrebbe sembrare soltanto un ulteriore aggravio per chi detiene oro da investimento, ma, analizzando più a fondo la proposta, emerge un quadro molto diverso: ciò che viene comunemente definito “tassa” potrebbe in realtà rappresentare una soluzione vantaggiosa.
Ma come può un’imposta portare a un risparmio concreto? Il punto è che non si tratterebbe di una tassazione ordinaria, bensì di un vero e proprio meccanismo di affrancamento, concettualmente simile — pur con le dovute differenze operative — a quello già introdotto in passato dallo stesso governo Meloni per i titoli e partecipazioni. Per capire se e a chi questa misura potrebbe rappresentare un’opportunità, è quindi necessario approfondire la natura di questa nuova misura. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Oro da investimento, nuova tassa o opportunità?
La proposta di legge introdurrebbe una vera e propria sanatoria sull’oro da investimento detenuto dai privati, con l’obiettivo di far emergere il patrimonio non documentato e, al tempo stesso, garantire un nuovo gettito allo Stato.
Attualmente, chi vende oro da investimento (lingotti, monete o placchette) e non può dimostrare il prezzo originario di acquisto, viene tassato in modo particolarmente penalizzante. In assenza di documentazione, infatti, il fisco non ha modo di calcolare la plusvalenza e applica quindi l’aliquota del 26% sull’intero valore di vendita. Un meccanismo che, di fatto, può trasformare la cessione dell’oro in un’operazione decisamente onerosa.
La misura allo studio prevederebbe un meccanismo di “affrancamento”, concettualmente simile a quello già applicato in passato ai titoli e alle partecipazioni. Una possibilità di regolarizzazione più favorevole. I possessori di oro da investimento privo di documenti potrebbero infatti richiedere a un intermediario abilitato una valutazione fiscale del proprio metallo prezioso. Il valore così determinato viene “affrancato” e fissato come nuovo valore fiscale, sul quale dover pagare subito un’imposta sostitutiva del 12,5% anziché del 26%. Da quel momento in poi, qualsiasi futura vendita sarebbe tassata al 26% soltanto sull’eventuale plusvalenza, cioè sulla differenza tra il valore rivalutato e il prezzo effettivo di cessione. In altri termini, si pagherebbe meno oggi per evitare un’imposizione molto più pesante domani. Secondo le prime ipotesi, la finestra per aderire potrebbe rimanere aperta fino al 30 giugno 2026.
A chi conviene affrancare il valore dell’oro?
Per chiarire, immaginiamo l’esempio di un contribuente che possiede un lingotto del valore attuale di 10.000 euro e che, nel prossimo futuro, vede il suo valore salire a 11.000 euro, decidendo quindi di venderlo.
Nel regime attuale, senza documentazione che provi il prezzo originario di acquisto, il fisco applica il 26% sull’intero valore di vendita. Significa pagare il 26% di 11.000 euro, cioè 2.860 euro di imposta.
Con la nuova misura, invece, il contribuente potrebbe optare per l’affrancamento: pagherebbe oggi il 12,5% sul valore rivalutato di 10.000 euro, quindi 1.250 euro. Quando poi venderà il lingotto a 11.000 euro, la tassazione riguarderà solo la plusvalenza, cioè i 1.000 euro di differenza. Il 26% di 1.000 euro equivale a 260 euro.
Il totale delle imposte da pagare sarebbe dunque di 1.510 euro, con un risparmio di 1.350 euro rispetto ai 2.860 euro previsti dal sistema attuale.
Si tratta di un esempio semplice, ma sufficiente per comprendere come una misura simile potrebbe risultare davvero vantaggiosa.
D’altra parte, lo Stato incasserebbe un gettito immediato e certo. Secondo alcune stime, i privati avrebbero tra 1.200 e 1.500 tonnellate di oro da investimento. Anche ipotizzando che venga regolarizzato soltanto il 10% di queste quantità, il gettito stimato potrebbe raggiungere anche i 2 miliardi di euro.
In definitiva, la nuova norma sull’oro non va letta solo come un’ulteriore tassa, ma come un meccanismo di regolarizzazione che può portare vantaggi concreti sia allo Stato sia ai cittadini.