Non solo Mps: tra Unicredit, questione good bank e Carige, il sistema bancario italiano si appresta a vivere un vero e proprio autunno caldo. Ecco tutti i dossier aperti.
Il piano di salvataggio per Mps non rappresenta l’unico dossier di rilievo di questo autunno.
Il sistema bancario italiano - alle prese con una difficile ristrutturazione - presto sarà chiamato ad affrontare molti dei suoi problemi, che vanno oltre le difficoltà legate al risanamento di Rocca Salimbeni e riguardano, tra le varie questioni in ballo, Unicredit, i quattro istituti salvati a novembre (Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara), il futuro di Carige e la fusione tra Bpm e Banco Popolare. Ma andiamo con ordine.
Le dimissioni di Fabrizio Viola da amministratore delegato di Mps sono il segnale che il governo non intende lasciare l’istituto senese al suo destino, ma rischiano di complicare ulteriormente il piano di salvataggio avallato a luglio dalla BCE e targato Jp Morgan-Mediobanca, che si articola nella cessione di circa 27 miliardi di sofferenze lorde (9,2 miliardi netti) e in una successiva ricapitalizzazione da 5 miliardi.
Mps: le difficoltà legate all’aumento
Mentre però l’operazione di smaltimento degli Npl sembra ben impostata, sulla ricapitalizzazione aleggiano ancora molti dubbi.
Le banche d’affari che stanno seguendo il piano - se si esclude qualche fumoso “sì” da parte dei fondi sovrani - non sono riuscite a trovare investitori seriamente interessati a finanziare il progetto.
Da qui l’idea di ridurre l’entità dell’aumento di capitale puntando sulla conversione in azioni dei bond subordinati in mano alla clientela istituzionale (per un totale di 3 miliardi di euro).
Le dimissioni di Viola, con il probabile arrivo di Marco Morelli - numero uno in Italia di BofA Merrill Lynch -, vanno lette come il classico sasso gettato nello stagno del mercato.
L’avvicendamento alla guida di Rocca Salimbeni renderà quasi inevitabile lo slittamento dell’aumento di capitale al 2017: fattore che terrà lontano il titolo Mps dalle eventuali turbolenze del referendum costituzionale di novembre-dicembre ma finirà col sovrapporre l’operazione alla ricapitalizzazione di Unicredit, che dovrebbe avere luogo a gennaio.
Il dossier Unicredit
Un altro dossier particolarmente caldo riguarda proprio l’istituto guidato da Jean-Pierre Mustier. Tutti gli sforzi del board di Piazza Aulenti in questo momento sono volti a incrementare la solidità patrimoniale di Unicredit, che ha visto il suo CET1 ratio risalire al 10,53%, ma la soglia minima di sicurezza imposta da Francoforte resta ancora troppo vicina.
Cedendo circa 20 miliardi di sofferenze lorde (queste le stime che circolano ufficiosamente), Unicredit sarebbe poi costretta a varare un aumento di capitale da 8 miliardi di euro.
Ma con la dismissione di alcuni asset non strategici, l’ammontare dell’operazione potrebbe essere ridotto. Dopo la vendita del 10% di Fineco e Pekao, Unicredit sta trattando con il colosso assicurativo PZU la cessione del restante 40,1% della controllata polacca. Piazza Aulenti chiede 3,5 miliardi, PZU è disposta a sborsarne non più di 3.
Altri 1,5 arriverebbero nelle casse di Unicredit dopo l’eventuale cessione di Fineco, mentre la vendita di Pioneer - colosso che gestisce circa 400 miliardi di risparmi - potrebbe fruttare 3 miliardi. In pole per l’acquisto c’è il gigante francese Amundi ma è forte anche l’interesse di Poste Italiane, che presto dovrebbe presentare la sua offerta a Unicredit.
La questione good bank
L’autunno caldo delle banche italiane però non finisce qui. Il governo Renzi ha promesso alla Commissione Europea di chiudere la pratica relativa alla cessione delle quattro good bank entro il 30 settembre.
Fallita la prima asta di luglio - troppo bassa l’offerta dei fondi Apollo e Lone Star (3-400 milioni) rispetto agli 1,4 miliardi inizialmente richiesti dall’Autorità di risoluzione guidata da Bankitalia per l’acquisto in blocco dei quattro istituti - il presidente Roberto Nicastro ha deciso di spacchettare le good bank e di venderle separatamente, in modo da incrementare gli introiti.
Alla finestra ci sono UBI Banca, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Popolare di Bari e le francesi Credit Agricole e Bnl (ma potrebbe farsi viva anche Intesa Sanpaolo): sullo sfondo resta sempre la possibilità di un ricorso al Fondo di tutela dei depositi.
Fusioni: Bpm-Banco Popolare ma non solo
Infine, il capitolo fusioni. La BCE ha dato il suo via libera ufficiale alle nozze tra Bpm e Banco Popolare, che saranno effettive a partire da gennaio. A ottobre i due istituti convocheranno le rispettive assemblee per ratificare l’aggregazione.
E nonostante al momento l’operazione appaia complicata, anche Veneto Banca e Popolare di Vicenza - entrambe controllate dal Fondo Atlante - potrebbero optare per una fusione, andando ben oltre la partnership di natura commerciale che già è sul tavolo.
Possibile matrimonio in vista anche per Banca Carige, ma l’istituto ligure deve prima mettere a posto i suoi conti, a partire dalla cessione di 1,8 miliardi di euro di Npl (o forse di più) in due tranche entro fine 2017: tre le pretendenti ci sono UBI, Credit Agricole e il futuro polo Bpm-Banco Popolare.
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