Il salvataggio di MPS e Carige potrebbe avere la strada spianata dalla riforma delle Banche Popolari annunciata dal Premier Renzi, dal momento che spianerebbe la strada a piani di fusione tra popolari e banche quotate in difficoltà.
Tra i molti argomenti di cui si discuterà oggi nel Consiglio dei Ministri, fissato per le 13.00, c’è anche quella riforma delle banche popolari che dovrebbe essere inserita all’interno dell’Investment Compact e che è stata recentemente annunciata dal Premier Renzi, con l’effetto di produrre sensibili rialzi dei titoli bancari nella giornata di ieri (sia Banca Popolare di Milano che Ubi Banca che Banco Popolare hanno messo a segno un rialzo teorico tra l’8% e il 10% che ha fatto andare i rispettivi titoli in asta di volatilità).
Non si tratta solo di un intervento che, se dovesse davvero vedere la luce, potrebbe rendere l’Italia un territorio più appetibile per i capitali esteri ma anche di uno strumento che potrebbe spianare la strada al salvataggio di MPS. Ecco perché.
Cosa prevede la riforma delle Banche Popolari
Il provvedimento che determinerà il riassetto della normative sulle Banche Popolari e sul credito cooperativo, ridisegnerà la governance di questi istituti di credito, eliminando il voto capitario. La normativa vigente prevede, infatti, che in sede di Assemblea dei Soci, ad ogni azionista spetti un voto, a prescindere dalla quota di capitale detenuta. Si tratta di un principio che, seppur universalmente valido, crea problemi consistenti a realtà bancarie di medie e grandi dimensioni come Ubi Banca e Banco Popolare dal momento che, assegnando lo stesso diritto di voto a azionisti di qualunque dimensione, si favoriscono gli interessi di lobby e piccoli gruppi che, troppo spesso, nella storia bancaria italiana, hanno prodotto cattive politiche di credito e hanno impastoiato cambiamenti strategici indispensabili. Lo dimostra bene uno studio del Fondo Monetario Internazionale che ha rilevato come, nonostante il settore delle banche popolari italiane incida solo per il 14% sugli attivi dell’intero sistema bancario italiano, sia responsabile della metà della necessità di capitale emersa negli stress test del 2013.
Nonostante le proteste di ampi settori del mondo politico e finanziario che avversano la possibilità di riformare il settore del credito senza passare attraverso il confronto in Parlamento, il Governo potrebbe riuscire ad attuare questo intervento vista l’impellente necessità di credito che le banche non riescono più a soddisfare con l’attuale assetto.
I problemi di MPS
La situazione di MPS è sicuramente quella più preoccupante nell’intero scenario bancario italiano: terzo istituto di credito del Paese, too big to fail soprattutto perché, da un lato, detiene quote consistenti del debito pubblico italiano (in titoli di stato) e, d’altro canto, deve ancora restituire alle casse pubbliche i denari ricevuti in prestito dal Governo Monti per rimanere a galla, all’indomani dei suoi giorni più neri. Come se non bastasse, in seguito al fallimento degli stress test dello scorso Ottobre, deve racimolare 2,5 miliardi euro attraverso un aumento di capitale sempre più vicino nel tempo (Marzo o Maggio) e deve ottemperare a requisiti di patrimonializzazione più severi, secondo le recenti richieste della BCE. In definitiva al Monte servono soldi freschi, a condizione però che l’istituto di credito senese appaia più stabile e redditizio come investimento.
La soluzione passa per le Popolari
Varare una riforma delle Banche Popolari che preveda l’eliminazione del voto capitario, almeno le banche popolari quotate (come Ubi, BPM e Banco Popolare) significherebbe, di fatto, equiparare le popolari alle banche commerciali e, quindi, spianare la strada per un’eventuale fusione tra Monte dei Paschi e Ubi Banca, un’operazione forse poco elegante dal momento che la sorella brutta finanzierebbe quella bella, ma di sicura efficacia dal momento che consentirebbe di dare vita a una nuova entità con il 12% di quota di mercato del credito in Italia e con sinergie per 600 milioni di euro (dalle stime di Exane BNP).
Non si tratterebbe solo di creare un nuovo colosso bancario ma, soprattutto, di attuare un’azione di consolidamento che, pur determinando effetti negativi nel medio periodo, come probabili tagli al personale e una maggiore esposizione del settore bancario a scalate estere, comporterebbe un’azione di risanamento del sistema bancario italiano nel lungo periodo.