La rivalutazione 2026 vale +1,4% e si scontra con un’inflazione Eurozona al 3% spinta dallo shock di Hormuz. Sembra la contingenza di un anno ma potrebbe non essere così
Sui cedolini INPS che dal primo gennaio 2026 arrivano nelle case di diciassette milioni di pensionati italiani c’è scritto un numero rassicurante: +1,4%. È la rivalutazione provvisoria decisa con decreto del 19 novembre dal Ministero dell’Economia sull’indice ISTAT 2025, salvo conguaglio dal gennaio 2027 sull’indice definitivo.
Sotto il numero, sul foglio del distributore di carburante che lo stesso pensionato porta in tasca a maggio, ce n’è un altro, meno rassicurante: il diesel è stabilmente sopra l’1,90 al litro, in alcune regioni del Mezzogiorno ha sfondato i 2 euro. Tra queste due cifre, in apparenza distanti, si gioca la più silenziosa redistribuzione di ricchezza degli ultimi quindici anni in Italia.
La tesi è semplice e dura: la BCE è ferma al 2% per la settima riunione consecutiva, Christine Lagarde ha rimandato di «sei settimane» la decisione successiva, i mercati prezzano due o tre rialzi entro la fine del 2026 mentre l’inflazione Eurozona è risalita al 3% e il PIL del primo trimestre cresce dello 0,8% anno su anno. Tradotto fuori dal lessico delle conferenze stampa di Francoforte: stagflazione. E lo stabilizzatore silenzioso di questo riallineamento — chi assorbe il colpo mentre i banchieri centrali aspettano — sono i redditi indicizzati con un anno di ritardo. In Italia significa: i 17 milioni di pensioni che l’INPS eroga ogni mese, per circa 20 miliardi di euro complessivi. [...]
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