Italia: perché il debito pubblico è così alto?

Italia: perché il debito pubblico è così alto? La risposta sta nel divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia avvenuto nel 1981.

Italia: perché il debito pubblico è così alto?

Debito pubblico italiano, perché è così alto? Al fine di comprendere l’entità del debito pubblico italiano è necessario volgere lo sguardo al passato e, precisamente, al periodo che va dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’80.

Il debito pubblico italiano esplode in seguito a quello che è stato definito il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, avvenuto nel 1981. Libera dalle pressioni della politica (quindi dal Tesoro), la Banca d’Italia, a partire dal 1981, ha concentrato gli obiettivi di politica economica sul controllo dell’inflazione attraverso l’aumento dei tassi d’interesse. Conseguenza diretta? L’aumento sconsiderato del debito pubblico italiano - passato in meno di 20 anni dal 60% al 120% sul PIL.

In uno studio di qualche anno fa, Giuliano Garavini e Francesco Petrini hanno ricostruito la parabola storica del debito pubblico italiano seguendo 3 linee direttive:

  1. Instabilità politica: negli anni ’70, la spinta inflazionistica (dovuta principalmente all’aumento dei salari, della spesa pubblica e del costo dell’energia) era diventata insostenibile. La classe politica scelse la via tecnocratica, dapprima sostenendo l’ingresso dell’Italia nello SME (Sistema monetario europeo, 1979) e poi il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (1981);
  2. Indipendenza Banca centrale: negli anni ’70, si cementifica nella forma mentis dell’establishment economico e politico internazionale la convinzione secondo la quale una Banca centrale ottempera ai suoi obiettivi solo quando è indipendente dalla politica;
  3. Divorzio: con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981 frena l’inflazione ma aumenta il debito pubblico italiano.

Ripercorriamo la parabola del debito pubblico italiano tenendo a mente lo schema tracciato da Garavini e Petrini.

Debito pubblico italiano: tutto ha inizio negli anni ’70

Gli storici Garavini e Petrini hanno ricostruito la parabola del debito pubblico italiano individuandone l’esplosione nel periodo che va dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’80. Un periodo della storia italiana scarificato dallo stragismo e dalle lotte sociali.

È in questo solco storico fatto di spesa pubblica e aumento dei salari come strumenti per calmierare le richieste di una popolazione particolarmente sensibile all’estremismo che l’inflazione italiana ha conosciuto picchi mai registrati in epoca Repubblicana.

Per far fronte all’aumento dell’inflazione, nonché a quello della spesa pubblica, i Governi italiani scelsero da un lato la via tecnocratica, con l’ingresso della Lira nello SME (Sistema monetario europeo, 1979). Lo SME conteneva l’oscillazione (svalutazione e rivalutazione) delle valute entro un range prestabilito - +2,25%/-2,25% (+6%/-6% per la Lira).

In altre parole lo SME, impedendo al cambio italiano di fluttuare oltre il range stabilito, imponeva alle autorità italiane di trasferire la competitività dei beni italiani dal cambio alle riforme interne del mercato del lavoro e della finanza pubblica. Giavazzi e Pagano hanno definito l’aggancio della Lira allo SME come un modo virtuoso di “legarsi le mani”. Lo SME, antesignano dell’euro, impediva alle autorità italiane di premere il pulsante della svalutazione.

Dall’altro lato, per contenere l’inflazione e la spesa pubblica appariva inevitabile sganciare la Banca d’Italia dall’obbligo legale di acquisto dei “titoli pubblici emessi dal tesoro”. In altre parole, col divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, quest’ultima smetteva di finanziare il “disavanzo dello Stato”.

Certamente, col divorzio del 1981 la Banca d’Italia diventava indipendente dal Tesoro nel senso che la nuova “costituzione monetaria” (come la ebbe a definire Ciampi) svincolava Via Nazionale dalle prerogative del Tesoro (e quindi del Governo), concentrato sugli aspetti più prettamente elettorali della politica economica.

Per inquadrare il divorzio è necessario volgere lo sguardo al clima economico degli anni ’70. Il monetarismo - l’idea secondo la quale l’inflazione aumenti in maniera proporzionale alla massa monetaria in circolo - avanzava e l’indipendenza delle Banche centrali dalla politica diventava la cifra di un nuovo capitalismo. Naturalmente, come hanno fatto notare Garavini e Petrini, derubricare la piena occupazione da obiettivo primario della politica economica a subordinata della stabilità finanziaria significava “tutelare i profitti” a scapito dei diritti sociali.

Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, ben che risolutivo dei problemi connessi all’inflazione (lo spauracchio degli anni ’70), è all’origine dell’aumento del debito pubblico italiano. Vediamo come.

Italia, debito pubblico: perché è così alto?

Per gli italiani il debito pubblico è come un cilicio che strozza al contempo la reputazione e la crescita del Paese. Un parametro della vita economica e sociale, insomma, di cui non andare affatto fieri. Che il debito pubblico incida o meno sulla reputazione e la crescita del Paese non è la domanda a cui, in questa sede, s’intende rispondere. Il quesito è un altro. Perché il debito pubblico italiano è così alto?

Secondo Garavini e Petrini, sono due i fattori che hanno reso la spinta inflazionistica in Italia insostenibile a tal punto da suggerire il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (che, come si diceva, mette la Banca d’Italia nella condizione per combattere l’inflazione al riparo dalle prerogative del Governo- spesa pubblica e salari alti):

  1. l’improvviso rincaro delle materie prime seguito alla “crisi iraniana” del 1979;
  2. il cambio di rotta della politica monetaria americana: l’aumento dei tassi d’interesse da parte della FED sul finire degli anni ’70.

Per Garavini e Petrini

“Questo doppio shock, che aumentava esponenzialmente il costo delle importazioni italiane e metteva in crisi la bilancia dei pagamenti, necessitava di risposte rapide e strutturali”.

Una risposta fu il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, in seguito al quale l’aumento dei tassi d’interesse spinse al ribasso l’inflazione. La conseguenza diretta del divorzio fu “l’aumento degli interessi pagati dallo Stato sul suo debito", un aumento che incise sul complesso del debito pubblico italiano.

Il grafico riportato da Garavini e Petrini nel saggio intitolato “Il «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia: il vincolo interno e le origini del problema del debito pubblico italiano”, fuga ogni dubbio circa il momento esatto in cui il debito pubblico italiano sperimenta la sua fase ascensionale.

Come mostra il grafico, il debito pubblico italiano prima del 1981 era «virtuosamente» inferiore al 60% sul Pil - usando un espediente semantico caro ai Governi del Nord-Europa e ai fautori dell’Europa di Maastricht. Non vi è dubbio che l’aumento del debito pubblico italiano coincida con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Un’ascensione, quella del debito pubblico italiano, ancora oggi inarrestabile.

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