Iran al voto, gli Usa tifano per il «falco». Per salvare il petrolio. E affondare Bitcoin

Mauro Bottarelli

17/06/2021

22/06/2021 - 15:04

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Domani la Repubblica islamica si reca alle urne per le presidenziali. Fra disoccupazione alle stelle, inflazione al 40% e stallo nelle trattative sul nucleare per la rimozione delle sanzioni.

Iran al voto, gli Usa tifano per il «falco». Per salvare il petrolio. E affondare Bitcoin

Domani l’Iran va al voto per le presidenziali e il copione pare già scritto: a detta di tutti gli analisti, l’era del riformismo incarnata da Hassan Rouhani, al termine legale del suo mandato, è terminata e all’orizzonte si prospetta la riscossa dei falchi. Il grande favorito nella corsa alla successione, infatti, appare l’ultra-conservatore Ebrahim Raisi, numero uno della Giustizia iraniana e protetto della Guida suprema, Ali Khamenei. Meglio conosciuto con l’appellativo affibbiatogli dai media occidentali - il boia - per la sua propensione nel comminare pene capitali agli imputati, Raisi è da giorni nel mirino della Cnn.

Per l’esattezza, il favorito dai sondaggi è divenuto oggetto quasi ossessivo delle attenzioni di un’icona come Christiane Amanpour, la quale ha intervistato sul tema Abbas Milani, iraniano naturalizzato statunitense e visiting professor in Scienze politiche alla Stanford University. Ecco il suo sunto di quanto starebbe per accadere: La gestione del Covid-19 da parte del regime ha portato la popolazione sull’orlo dell’isteria e se uniamo al virus, l’alta disoccupazione e un’inflazione sempre fuori controllo, l’epilogo più probabile è quello di un’esplosione di malcontento. Tradotto, primavera araba in progress.

Ma non in uno Stato qualsiasi del Maghreb, bensì nella culla dell’islam sciita. In seno all’alleato cardine della Russia al fianco di Assad in Siria, al nemico giurato contemporaneamente di Israele e Arabia Saudita, al partner commerciale privilegiato della Cina e al Dottor Stranamore dell’islam atomico nella narrativa delle amministrazioni statunitensi . Un’occasione da non perdere per Washington. La quale, stante l’andamento favorevole della campagna elettorale, ha evitato di inserirsi nella disputa con dichiarazioni incendiarie del Dipartimento di Stato. Paradossalmente, il falco Ebrahim Raisi è il candidato favorito dell’amministrazione Biden. Per più di una ragione.

Tutte strategiche. E tutte potenzialmente pericolose, stante la loro natura di armi a doppio taglio. In primis, questo grafico
Teheran1 Fonte: Financial Times
contestualizza le parole di Abbas Milani: l’Iran, a causa delle sanzioni e del trend dei prezzi delle materie prime agricole, sta vivendo una fiammata inflattiva devastante per il potere d’acquisto dei cittadini, già fiaccato da un alto tasso di disoccupazione. E come spesso accade in contesti teocratici come quello iraniano, quando la situazione macro precipita, si torna all’antico: addio promesse del riformismo e bentornata linea dura. Quantomeno, se garantisce pane e lavoro.

Ma quando si è spinti al potere da aspettative di disperazione come queste, è facile appunto che si inneschi il principio contrario: pagare il prezzo del malcontento a tariffa piena, alla prima decisione non gradita. Ovvero, l’insoddisfazione generata dalla precedente amministrazione finisce in capo a quella attuale, come una scomoda eredità. Con un’aggravante: Ebrahim Raisi è uomo che non dialoga con la piazza. Per profilo e curriculum, la reprime. Esattamente ciò in cui segretamente sperano al Dipartimento di Stato. Così come a Tel Aviv e a Ryad, tutti soggetti che sperano di poter chiudere una volta per tutte il capitolo della destabilizzazione sciita dell’area. Siria in testa.

E a confermare la strategicità dell’appuntamento alle porte, ci ha pensato il numero uno dell’IAEA (International Atomic Energy Agency), Rafael Grossi, a detta del quale ogni accordo sul nucleare dovrà essere rimandato a dopo il voto: A questo punto, tutti sono consci del fatto che sia necessario attendere la nascita e l’insediamento di un nuovo governo in Iran. E al netto del risultato delle urne, il mandato di Hassan Rouhani scade ufficialmente il 3 agosto: tradotto, fino a settembre a Vienna non verrà presa nessuna decisione. E con un’estate bollente di fronte, sia a livello climatico vista la latitudine che di condizioni sociali, Teheran rischia davvero di tramutarsi in una polveriera da qui alla ripresa dei colloqui nella capitale austriaca.

Non a caso, lo stesso Hassan Rouhani negli ultimi giorni ha ribadito come un’intesa sia ormai imminente, al fine di limitare la portata del vantaggio del fronte conservatore e di instillare nella popolazione indecisa la speranza che una continuità nella guida riformista del Paese garantisca la fine del regime sanzionatorio. Le parole giunte da Vienna, di fatto, hanno vanificato gli sforzi del presidente uscente. In un solo colpo. In palio, infatti, c’è molto. Ma al di là delle rese dei conti storiche a livello geopolitico e religioso, sono due i capitoli fondamentali in campo: petrolio e criptovalute. Questi grafici
Teheran4 Fonte: Statista
Teheran2 Fonte: Bloomberg
mostrano le due facce della medaglia legata al greggio: colpire Teheran al cuore della sua principale voce di Pil, infatti, garantirebbe più di un risultato ai suoi nemici.

Primo, bloccare il rischio più che concreto di un nuovo tonfo delle valutazioni del barile, stante l’aumento della produzione iraniana che si riverserebbe sul mercato ufficiale, aumentando quindi l’offerta. E stando ai calcoli basati sul grey market di commercio clandestino fra Iran e Cina, l’afflusso di greggio di Teheran rischierebbe di mandare in soffitta le speranza di chi punta su una quotazione attorno ai 90-100 dollari entro fine anno. Tanto più che, in punta di una speranza auto-alimentante, il regime degli Ayatollah ha da tempo rimesso in funzione la macchina del settore, preparandosi con anticipo alla fine delle sanzioni e a un ritorno da player di primo piano entro sei-nove mesi.

Secondo, inviare un segnale politico proprio alla Cina, rispetto al suo atteggiamento di aperta sfida e disinteresse sprezzante verso le sanzioni Usa. Se per caso, nel corso dell’estate, esplodessero manifestazioni di piazza come quelle dell’inverno 2019 e l’amministrazione Raisi dovesse dar vita a una Tienanmen islamica, la possibilità di un accordo a Vienna verrebbe praticamente annullata dall’indignazione internazionale. C’è poi il fronte Bitcoin, altrettanto strategico.
Teheran3 Fonte: Elliptic
Perché se infatti l’Iran ha recentemente bloccato tutte le attività di mining sul proprio territorio a causa dei continui black-out che stavano colpendo i centri urbani, è altrettanto vero che stando all’azienda di analisi sulle criptovalute Elliptic, il 4,5% di tutti i Bitcoin mondiali sarebbe frutto proprio del mining in Iran, Paese che opererebbe anche da hosting per soggetti di mercato cinesi che intendano sfuggire così alla forma censura del regime per le attività in patria.

Lo studio, inoltre, sottolinea come Teheran starebbe di fatto utilizzando la criptovaluta come metodo per aggirare proprio l’embargo statunitense e garantirsi entrate di cassa, in quella che appare una vendita sotto copertura delle proprie riserve energetiche sul mercato globale. E questo ultimo grafico
Teheran5 Fonte: Bloomberg/Zerohedge
mostra quale miniera d’oro geopolitica e finanziaria rappresenti il connubio Iran-criptovalute per gli Stati Uniti: al netto delle legislazioni di divieto sempre più draconiane imposte dalla Cina, di fatto Bitcoin nel giro di un mese ha completamente azzerato le perdite seguite alla campagna regolatoria di Pechino.

Tradotto, c’è il forte rischio che le criptovalute, in caso l’attuale situazione inflazionistica sfugga dal controllo delle Banche centrali, bypassino lo status di asset ufficiale e assumano direttamente quello di bene rifugio per antonomasia, l’hedge di tutti gli hedge che tesaurizza le aspettative di crisi. Legare il profilo delle valute digitali non solo ai potenziali hacker russi che spengono centrali e mandano in tilt infrastrutture ma anche a un regime che potrebbe - come primo atto - reprimere nel sangue le richieste di pane e lavoro del suo popolo, rappresenterebbe la proverbiale quadratura del cerchio. Per il Dipartimento di Stato ma anche per la Fed, contemporaneamente. Insomma, la posta in palio per cui domani in Iran si va al voto è molto più alta del già fondamentale ruolo di presidente della Repubblica islamica.

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