Inflazione, yen debole e tassi in rialzo. Il conto salato per le PMI giapponesi

Federico Giuliani

12 Gennaio 2026 - 07:45

L’inflazione e il caro energia spingono le piccole imprese giapponesi verso fallimenti record, nonostante la ripresa economica generale.

Inflazione, yen debole e tassi in rialzo. Il conto salato per le PMI giapponesi

In Giappone, un Paese abituato per decenni a prezzi stagnanti o in lieve aumento, l’effetto combinato della recente accelerazione dell’inflazione e del caro energia stanno mettendo sotto pressione il tessuto produttivo formato da piccole e medie imprese.

Molte attività storiche e di quartiere delle principali città giapponesi si trovano schiacciate da costi crescenti, tassi di interesse in aumento e un salario reale in calo. Il copione è simile: proprietari che accumulano debiti – presto insostenibili - dopo che i costi del lavoro e delle materie prime, come il riso, sono saliti drasticamente.

Nel 2025, le banche dati mostrano che circa 9.400 imprese hanno dichiarato fallimento nei primi undici mesi dell’anno, con un aumento del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; circa l’80% di queste aziende aveva un debito inferiore ai 100 milioni di yen (circa 670mila dollari).

La causa principale indicata nei dati coincide con l’aumento dei prezzi, che pesa in modo sproporzionato sulle imprese più piccole, spesso con meno di dieci dipendenti, che costituiscono la spina dorsale dell’economia giapponese.

Fallimenti gipponesi

Il contesto economico in cui si inserisce questa ondata di fallimenti è quello di una svolta nella politica monetaria del Giappone: dopo decenni di tassi ultra-bassi, la Bank of Japan (BOJ) ha iniziato ad aumentare i tassi d’interesse a partire da marzo dell’anno precedente.

Questo ha avuto effetti diretti sui costi di finanziamento delle imprese, con il tasso di riferimento che, pur restando basso rispetto a quello statunitense, ha spinto verso l’alto anche i tassi di prestito a lungo termine, raggiungendo il 2,45% nel 2025, ben al di sopra del minimo storico dello 0,9% del 2016.

Allo stesso tempo, lo yen si è indebolito oltre la soglia psicologica di 155 per dollaro, ampliando i costi delle importazioni e aggravando l’inflazione interna. Un simile quadro di crescita dei prezzi e costi finanziari si riflette nella diminuzione dei salari reali, che a ottobre sono scesi per il decimo mese consecutivo, nonostante l’indice dell’inflazione di riferimento della BOJ resti al di sopra dell’obiettivo del 2% da oltre tre anni.

Il risultato è una combinazione di costi crescenti e domanda interna compressa, che penalizza le piccole imprese mentre alcune grandi esportatrici, grazie al vantaggio competitivo legato al cambio favorevole dello yen, riescono a registrare performance positive.

Economia a macchia di leopardo

Questo dualismo, ha spiegato la Nikkei Asian Review, accentua le difficoltà delle PMI e contribuisce alla percezione di un’economia in ripresa solo per alcuni segmenti.

Come se non bastasse, la cultura imprenditoriale giapponese – in cui fallire è ancora fortemente stigmatizzato – aggrava ulteriormente la crisi. Molti titolari di piccole imprese tendono ad aspettare fino all’ultimo momento prima di cercare aiuto o ristrutturare il proprio debito, riducendo drasticamente le opzioni disponibili per la sopravvivenza dell’impresa.

Le procedure di ristrutturazione, simili al Chapter 11 statunitense, sono rare: solo il 2,6% delle insolvenze ha visto un tentativo di ristrutturazione nell’ultimo anno, sempre secondo quanto riportato dalla Nikkei. A questo si aggiungono problemi strutturali come la carenza di successioni imprenditoriali: molti titolari di attività tradizionali faticano a trovare eredi o acquirenti, rendendo inevitabile la chiusura di imprese con lunga storia alle spalle, come antichi ristoranti di soba o dolci tradizionali.

In uno scenario dove l’inflazione continua a mordere e i costi energetici gravano su bilanci già sotto stress, l’economia giapponese sembra spingersi in un terreno dove la normalizzazione post-deflazione porta con sé costi sociali e imprenditoriali significativi. Allo stesso tempo, la risposta politica – con misure volte a sostenere l’occupazione e la crescita – dovrà fare i conti con un debito pubblico già molto elevato e con la necessità di preservare il tessuto produttivo locale, che rappresenta circa il 70% dell’occupazione nazionale.