In Ucraina è davvero in corso un genocidio?

Chiara Esposito

09/04/2022

11/04/2022 - 09:27

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Gli esperti e i fatti chiariscono quando e se è possibile parlare di piano genocida. La propaganda russa parla una lingua, ma il presente appare dissimile.

In Ucraina è davvero in corso un genocidio?

Accanto alla narrazione giornalistica degli eventi distruttivi che stanno investendo le città e il popolo ucraino ci sono anche le letture politiche dei fatti che interrogano la storia e il diritto internazionale per attribuire un nome alle stragi e alle esecuzioni sommarie che si stanno consumando sul suolo europeo.

Per far ciò dobbiamo è necessario spostarsi ben oltre gli schieramenti tra pacifisti e interventisti e sorvolare sulle complesse questioni di rapporti economici con la Russia che dividono i Paesi rispetto all’imposizione o meno di un embargo. I crimini di guerra sono il fulcro del discorso e, prima di tutto, sono evidenze a cui Putin e il suo governo saranno chiamati a rispondere sul fronte giuridico.

Dinamiche come quelle del massacro di Bucha sono state ampiamente documentate ben oltre le negazioni del Cremlino e, prima di allora, episodi come quello del bombardamento dell’ospedale di Mariupol avevano già testimoniato la violenza che si sta consumando nei territori di Kiev.

La somma di queste e altre vicende sanguinose ora però scuote l’opinione pubblica portandoci inevitabilmente a cercare una risposta al quesito “i russi stanno compiendo un genocidio in Ucraina?”. Dare una risposta univoca e immediata a questa domanda tuttavia non è affatto semplice, capiamo il perché.

Definizione genocidio: le controversie e il parere degli esperti

A commentare queste evidenze con opinioni di segno contrario sono stati, tra i primi, nomi del calibro di Paolo Mieli, ex direttore della Stampa e del Corriere della Sera, così come lo storico Lucio Villari.

Villari infatti, parlando con l’Adnkronos, ricorda la specifica definizione del termine e, in nome della sua natura, esclude la possibilità che le stragi di Bucha facciano parte di un premeditato disegno genocida:

“Genocidio è una parola impegnativa, presuppone lo sterminio di grandi minoranze nazionali. Siamo invece di fronte alla repressione d’innocenti, cose che purtroppo in guerra avvengono”.

In questo caso, sottolinea, "i cittadini uccisi non hanno una definizione etnica o politica. Tutto è dovuto al gusto di assassinio, non ad altro, ciò che si sa che sta avvenendo in Ucraina”.

Mieli invece, tra le sue ragioni, annovera la gravità di un simile termine che, come tale, andrebbe impiegato solo nei giusti contesti. Per dare la misura di quello che è stato innegabilmente un genocidio opera infatti un paragone storico:

"Un vero genocidio è l’Holodomor, la carestia che tra il 1932 e il 1933 causò milioni di morti in Ucraina per volere dell’URSS. È documentato che Stalin intendesse sbarazzarsi di quei contadini ritenendoli potenzialmente ribelli. Li affamò deliberatamente, chiudendo i confini della regione, requisendo il grano e lasciandolo a marcire in silos sorvegliati da militari”.

L’invito di Mieli a Zelensky e ai suoi è “maneggiare con maggiore cautela la definizione degli atti criminali di cui attualmente sono vittima. Prima o poi i russi potrebbero adottare tecniche genocide nei confronti delle popolazioni non russofone e a quel punto potremmo pentirci di aver sprecato quella parola per descrivere la tragedia di Bucha, Mariupol e di molte, troppe, altre città”.

De-ucrainizzare il popolo: il pericoloso obiettivo russo

Queste posizioni però sono, come ben evidenziato, la fotografia del presente della guerra in Ucraina. Ci sono però materiali che fatto ragionevolmente pensare che, in determinate condizioni, lo stato delle cose potrebbe peggiorare.

In un articolo d’opinione che ha fatto discutere moltissimo la stampa internazionale, Timofey Sergeytsev dava una risposta alla domanda «Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina?». L’interrogativo, oltre all’atteggiamento paternalistico di uno Stato che si sente legittimato a decidere le sorti di un altro, secondo l’autore si risolverebbe tramite un processo di «deucrainizzazione».

Ciò equivarrebbe a un annientamento della cultura e della politica ucraina con l’istituzione di milizie nelle zone «liberate» ma anche e soprattutto l’installazione dei media russi per veicolare informazione solo e soltanto filtrata dalla volontà del Cremlino. A ciò si aggiungerebbe un processo rieducazione lungo più di 25 anni (tempo stimato da Sergeytsev per l’integrazione generazionale) con tanto di lavori forzati per la ricostruzione delle infrastrutture. Ultimo punto, volto a rimarcare l’ideologia putiniana dell’inesistenza dell’Ucraina, il cambio di nome per lo Stato.

A questo si affianca la forte necessità di allontanare il Paese dell’UE e questo viene espressamente chiarito dalla frase «la denazificazione dell’Ucraina è anche la sua inevitabile de-europeizzazione» che evidenzia quindi quanto sia problematico il desiderio di entrare a far parte dell’Unione oggi accolto da diversi leader europei.

Quel che ha messo in allerta i lettori esteri non è tanto l’esistenza di un articolo simile quanto la testata, o meglio, l’agenzia stampa che lo ha pubblicato e diffuso: la ITAR-TASS, l’agenzia di stampa ufficiale russa erede della sovietica TASS.
Il pezzo di Sergeytsev, oltre ad auspicare un’azione paragonabile a pratiche già familiari alla storia contemporanea, è stato legittimato da un ente giornalistico letteralmente sotto il controllo del governo che, in questi tempi di estrema propaganda e furiosa censura, ha dato il lascia passare per un messaggio dalle implicazioni remote ma ancor più problematiche di quelle che gli ucraini stanno toccando con mano da oltre un mese.

Sebbene quindi non si possa forse parlare di genocidio a tutti gli effetti, le aspirazioni e il piglio della propaganda russa si stanno inasprendo. Seppur davanti alla remota possibilità di vittoria, l’intenzione della Russia è, come disse un tempo lo stesso Putin, «colpire per primo, colpire pesante, colpire per fare male».

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