Il Buffett Indicator è a 220%+. Warren Buffett ha 370 miliardi in liquidità. Tu che fai?

Gerardo Marciano

16 Aprile 2026 - 07:55

Nel 2026 il vero rischio non è il crollo, ma un mercato che cambia regime: meno rifugi, più erosione reale, più errori da evitare che guadagni da inseguire.

Il Buffett Indicator è a 220%+. Warren Buffett ha 370 miliardi in liquidità. Tu che fai?

Non è una crisi. È qualcosa di più difficile da gestire: un mercato che smette di funzionare come prima.

Quello che sta accadendo nel 2026 non è un evento isolato, ma un passaggio di fase, più lento, meno visibile, ma proprio per questo più pericoloso.
Se allarghiamo lo sguardo a oltre 130 anni di storia dei mercati, scopriamo che quest’anno non nasce neutrale. Il sesto anno del decennio, combinato con il secondo anno del ciclo presidenziale americano, è storicamente tra i più deboli. Non è una previsione, è una probabilità. E quando le probabilità si allineano, ignorarle diventa un rischio.

I numeri lo stanno già confermando.
Gli indici azionari globali sono ancora circa un 10% sotto i massimi di inizio anno. L’oro, che dovrebbe proteggere, è circa il 20% sotto i suoi massimi annuali. Il petrolio (crude oil), invece, è tornato vicino ai 100 dollari, dopo aver toccato quota 118.
Ma il segnale più sottovalutato arriva dall’Italia.
Il BTP Future, riferimento per i titoli di Stato italiani a medio-lungo termine, è sceso da 122 a 117 (ilminimo annuale è stato in area 114), trascinando al ribasso i prezzi dei BTP e facendo salire i rendimenti. Anche quello che sembrava rifugio oggi si muove come un asset rischioso.
Quando scendono insieme azioni e obbligazioni, il problema non è più tattico. È strutturale.

Valutazioni elevate e cambio di regime nei mercati

Per anni gli investimenti si sono basati su una certezza implicita: le banche centrali avrebbero sempre sostenuto il sistema. Oggi quella certezza vacilla.
Con il petrolio elevato e il rischio inflazione ancora presente, le banche centrali non possono più intervenire liberamente. Tagliare troppo i tassi alimenta l’inflazione, alzarli soffoca la crescita. Sono bloccate.
E quando la politica monetaria perde efficacia, i mercati cambiano natura. Non sono più guidati dall’economia, ma dalla geopolitica.
Due guerre, tensioni energetiche, catene di approvvigionamento fragili. Il petrolio a questi livelli non è solo un prezzo, è una pressione costante su consumi, margini e crescita.
E infatti oggi succede qualcosa di raro: non esiste più un rifugio automatico.
Azioni, obbligazioni e oro, in momenti diversi, stanno fallendo il loro ruolo. Non è caos, è transizione.
E i numeri di lungo periodo lo confermano.

Il Buffett Indicator si muove tra il 210% e il 230%, uno dei livelli più alti della storia. Anche il CAPE di Shiller resta elevato. Tradotto: le valutazioni sono ancora tirate.
Molti si chiedono se l’Intelligenza Artificiale possa giustificare questi livelli, rendendo le aziende più efficienti e profittevoli. È possibile.
Ma i fatti contano più delle narrazioni.
Warren Buffett ha accumulato oltre 370 miliardi di dollari di liquidità. Non sta negando il futuro, sta mettendo un limite al prezzo che è disposto a pagare per quel futuro.
Non sta scappando. Sta aspettando.
E mentre molti investitori cercano ancora di guadagnare come negli ultimi anni, i più grandi stanno cambiando obiettivo: proteggere il capitale.

Il vero rischio oggi non è la guerra. È un errore di politica monetaria.
Se il petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i 100–110 dollari e l’inflazione tornasse a salire, le banche centrali perderebbero definitivamente margine. Ed è in questi momenti che i mercati smettono di correggere e iniziano a logorare.
Ma esiste anche uno scenario diverso.
Se le tensioni si stabilizzano e il petrolio scende sotto gli 85–90 dollari, i mercati potrebbero non crollare. Potrebbero entrare in una fase lunga e piatta, con rendimenti bassi.

Rendimento reale e strategie per i prossimi anni

Ed è qui che molti investitori sbagliano.
Perché guardano ai rendimenti nominali e ignorano quelli reali.
Un portafoglio che fa +2% con inflazione al 5% non sta guadagnando. Sta perdendo potere d’acquisto.
Non è una crisi evidente. È un’erosione lenta.
E spesso è più pericolosa.
Guardando avanti, le serie storiche suggeriscono che tra il 2027 e il 2028 le probabilità restano orientate a una debolezza dei mercati azionari, mentre il possibile massimo del decennio tende a collocarsi nella prima metà del 2030.

Non è una previsione. È una mappa.
E in un mondo incerto, avere una mappa di probabilità è già un vantaggio.
In questo contesto, il tema non è più come guadagnare di più. È come evitare errori costosi.
La liquidità torna a essere una scelta strategica. Non perché renda, ma perché dà flessibilità.
La diversificazione torna a essere reale, soprattutto geografica. Nel lungo periodo ha mostrato oltre l’80% di probabilità di funzionare su orizzonti di 10 anni.
E soprattutto, cambia una cosa fondamentale: il “buy the dip” non è più automatico.
Il mondo che lo rendeva efficace non è più garantito.

Memo: comportamenti che possono fare la differenza nei prossimi anni

  1. Mantenere flessibilità
  2. Evitare portafogli rigidi
  3. Preservare una quota di liquidità
  4. Diversificare realmente
  5. Ridurre la dipendenza da un unico scenario
  6. Accettare rendimenti più bassi ma sostenibili
  7. Evitare decisioni impulsive
  8. Ragionare sempre in termini di rendimento reale
  9. Perché nei mercati che stanno arrivando, non sopravvive chi guadagna di più.
  10. Ma chi riesce a restare nel gioco.

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