Draghi, banche e tutele sui depositi. Quali pericoli dall’Unione Bancaria?

Draghi oggi ha celebrato il primo anno di vita del meccanismo unico di vigilanza, serve la stessa sicurezza sui depositi in tutta l’Eurozona. Quali sono i pericoli dell’Unione Bancaria?

Il Presidente BCE Mario Draghi è intervenuto al Forum di Vigilanza Bancaria a Francoforte per celebrare il primo anniversario del meccanismo unico di vigilanza. Nel discorso, il Presidente ha ribadito come sia necessaria una riforma che garantisca la protezione dei depositi bancari in ogni zona Euro e come i meccanismi di fallimenti delle banche debbano essere omogenei in tutti gli Stati d’Europa.

Draghi: protezione uguale per tutti i depositi bancari nell’Eurozona

Questo dovrebbe garantire il completamento di una parte dell’architettura Europea che riguarda l’Unione Bancaria. Ma ci sono alcuni dubbi su come questa unione si stia strutturando.

Nella conferenza di celebrazione del meccanismo unico di vigilanza, il Presidente della BCE Mario Draghi ha ribadito l’importanza di garantire la sicurezza dei depositi in tutta l’area Euro ed un meccanismo comune di fallimento delle banche a prescindere dalla giurisdizione in cui si trovino.

Concettualmente le dichiarazioni del presidente sono più che giuste, poiché l’Unione Bancaria deve essere uno dei pilastri della moneta unica. Pilastro che andava sicuramente costruito prima dell’ingresso della moneta unica in Europa. Questa però è un’altra storia. Vediamo quali sono le perplessità sollevate dal meccanismo di vigilanza.

Bail-in: dubbi sullo scarico dei rischi agli obbligazionisti e correntisti

Il Bail-in entrerà a far parte delle legislazioni europee dal 1° Gennaio 2016 che recepiranno la direttiva BRRD. Il Bail-in prevede che obbligazionisti, correntisti superiori ai 100.000€ e azionisti rispondano in solido della crisi finanziaria di una banca. In questo modo, il meccanismo di salvataggio delle banche passa da essere esterno (Bail-out) ad interno.

Questo meccanismo di risanamento bancario è più che giusto, poiché le banche spesso venivano risanate con fondi pubblici e privati (azionisti) che supportavano ingenti perdite per ricapitalizzare le banche in crisi. E’ il caso ad esempio dell’Irlanda, che per risanare le banche in crisi spese quasi il 30%. E’ giusto quindi concettualmente, spostare i rischi di fallimento sugli investitori dell’istituto piuttosto che sui contribuenti.

Gli investitori dovranno raggiungere un aiuto pari ad almeno l’8% del bilancio della banca che, una volta raggiunto, fa in modo di attivare il meccanismo di salvataggio esterno ossia lo Stato che per prima cosa attingerà dal Fondo di Garanzia Europeo le risorse necessarie.

Tuttavia il meccanismo di Bail-in suscita alcuni dubbi. Come detto in precedenza, gli azionisti saranno i primi a pagare nel caso di crisi della società. Questo è un fatto che avviene sin da quando esiste la Borsa valori.

Il dubbio principale riguarda i correntisti e gli obbligazionisti. Il sistema del Bail-in fa in modo di penalizzare il piccolo obbligazionista, che magari ha acquistato anche solo 3-4000€ di obbligazioni, mentre si salvaguarda il correntista con 90.000€ nel conto bancario. Inoltre, con questo meccanismo di salvataggio bancario si può prevedere un fenomeno sintomatico delle bancarotte bancarie ossia il “bank run”.

Il bank run è il fenomeno per il quale, nel momento in cui ci sia anche solo la percezione del rischio di fallimento di una banca, i maggiori correntisti ed investitori facciano in modo di scappare dalla banca in crisi accentuandone il percorso e rischiando di contagiare i fondi pensione e le assicurazioni che notoriamente hanno una grossa quantità di obbligazioni bancarie.

Sono state previste delle clausole per evitare questi tipi di rischi ma le clausole andranno interpretate e discusse e che potrebbero generare montagne di ricorsi.

Inoltre il Fondo di Garanzia sembra essere inadeguato per la cifra che contiene: €55 miliardi potrebbero essere pochi per sostenere crisi sistemiche bancarie come quelle del 2008.

Unione bancaria: dubbi su sorveglianza e rigidità del sistema

Con il nuovo meccanismo di sorveglianza la BCE avrà il potere di vigilare sulle banche dell’Eurozona (e dell’UE per chi volesse aderire) che posseggano attivi superiori o uguali a €30 miliardi di Euro o attivi che abbiano un valore maggiore uguale al 20% del PIL dello Stato in cui hanno sede con l’opzione di vigilare su istituti più piccoli se necessario anche se il controllo di questi rimane sempre in mano agli Stati.

Questo meccanismo permetterà alla BCE di controllare il 92% degli asset dell’Eurozona e di vigilare su circa 200 banche delle 6000 disponibili nell’Eurozona. Il meccanismo toglierà agli Stati la discrezionalità nel decidere su come risolvere le crisi bancarie, in modo da scindere eventuali permissivismi dello Stato che si verificano in situazioni di crisi. Questa decisione ha dei lati positivi sicuramente ma anche dei lati oscuri.

Per prima cosa, molti istituti per sfuggire al controllo della BCE potrebbero preferire di rimanere sotto la soglia dei 30 miliardi di attivo, vendendo asset o scindendo le divisioni bancarie.

Un altro problema deriverebbe dagli istituti più piccoli che potrebbero causare crisi sistemiche, come avvenuto per le banche regionali tedesche, che potrebbero generare conflitti di competenze tra banche centrali e BCE.

Un’altra problematica consiste proprio nell’eliminazione della discrezionalità degli Stati nel gestire le crisi bancarie. Infatti, con il nuovo meccanismo, la BCE risolverà le crisi bancarie tramite l’utilizzo di regole ferree derogando alla discrezionalità imposta dal contesto della crisi e dallo Stato di appartenenza.

Questa procedura potrebbe generare maggiore instabilità rispetto all’uso della discrezionalità poiché le dinamiche dei fallimenti bancari sono disomogenee e vanno valutate caso per caso. Inoltre, la valutazione del deterioramento dell’attivo di una banca e del peso sistemico che ha sono di difficile esecuzione.

Togliendo la discrezionalità di gestione agli Stati si rischia un rallentamento economico generato da una parte dall’eccessiva prudenzialità sui crediti e dall’altra dall’instabilità che viene generata da un uso poco flessibile di risoluzione.

Inoltre, sarà interessante vedere se le regole imposte dalla BCE per il fallimento delle banche verranno applicate nei casi di “too big to fail”, ossia quando l’istituto bancario coinvolto nella crisi è talmente grande che un uso inflessibile delle regole potrebbe generare una crisi sistemica.

Per concludere, mancano ancora gli ultimi tasselli necessari al completamento dell’unione bancaria che sono una politica fiscale di tipo federale e una garanzia sui depositi come detto dallo stesso presidente Draghi che renderanno sicuramente il quadro complessivo di valutazione dell’unione più completo.

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