Decreto Salva-Banche: più responsabilità a investitori e correntisti, ma non agli amministratori

Il decreto salva banche segue le indicazioni della direttiva europea per il risanamento e la risoluzione delle banche in difficoltà, dando sostanzialmente maggiore responsabilità agli investitori. Perché non cercare anche di responsabilizzare di più gli amministratori

Da qualche mese si discute, in maniera più o meno animata, del decreto Salva-Banche, approvato ed entrato in vigore il 3 novembre 2015 per mettere in sicurezza le quattro banche italiane “malate". Il decreto legge, come i più forse ormai sapranno non prevede alcuna forma di finanziamento o supporto pubblico alle banche, sulla scia di quanto richiesto dall’Europa con la direttiva BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), la quale istituisce un regime armonizzato per la gestione delle crisi bancarie (misure preventive e di intervento precoce per le banche in difficoltà, misure preparatorie per condurre un eventuale risoluzione nel minor tempo possibile con rischi minimi, strumenti di risoluzione comuni a tutti i paesi Europei, istituzione di un Fondo nazionale di risoluzione).

Banche insolventi: quali possibilità?

In concreto, quando una banca si trova in uno stato d’insolvenza, le opzioni disponibili fino ad ora erano la procedura “standard”, ovvero la liquidazione coatta amministrativa disciplinata dal Testo Unico Bancario, sostitutiva del fallimento applicabile alle imprese di diritto comune, oppure in casi estremi il salvataggio “di stato”, tramite soldi pubblici. Considerando la delicatezza del ruolo svolto dalle banche, non solo in ambito finanziario ma anche per l’economia reale, nei recenti anni di crisi molti paesi europei hanno messo in campo interventi pubblici per evitare che la crisi di un singolo istituto potesse contagiare l’intero sistema. Se da un lato ciò ha permesso probabilmente di scongiurare crisi ben più gravi, dall’altro lato il costo di tutta l’operazione ha pesato sulle tasche dei contribuenti e sull’equilibrio del bilancio pubblico, incrementando in alcuni casi in maniera consistente il debito pubblico. In considerazione di questi dati la Commissione Europea, sulla base anche della disciplina degli aiuti di Stato, ha deciso di promuovere nuove regole per la risoluzione delle crisi bancarie, prima con la direttiva BRRD e poi, dal 2016, con l’entrata in vigore dell’ormai ben noto bail-in.

L’Europa: gli investitori rispondendo direttamente alle perdite delle banche faranno scelte più oculate

Il tentativo è quello, quindi, di far sì che costi e perdite di un eventuale fallimento di un istituto di credito ricadano non più sui contribuenti, ma piuttosto sugli azionisti e obbligazionisti delle banche. In questo modo, nell’ottica della Commissione, gli investitori, rispondendo direttamente (con i loro investimenti) alle perdite dell’istituto, saranno portati verso scelte più consapevoli ed oculate sui loro risparmi, selezionando le banche più efficienti e sicure ed evitando ulteriori aggravi per le casse dello Stato.

Gli investitori non sempre hanno le capacità per fare scelte più efficienti. Perché non dare maggior peso alla responsabilità degli amministratori delle banche fallite?

Se in quest’ottica tale proposta sembra effettivamente avere una sua logica di efficienza, essa si scontra però con due evidenze fondamentali: la prima è, almeno per quanto riguarda l’Italia, la scarsa “cultura finanziaria” che accomuna molti risparmiatori e probabilmente anche piccole imprese, spesso a conduzione familiare. La seconda è che, se un sistema che punti ad una maggiore responsabilizzazione può essere di per sé lodevole, non si capisce perché tale processo debba colpire solamente gli investitori e non per primi gli amministratori degli istituti falliti. Quale sistema migliore, più efficace e più equo, che far sì che gli stessi componenti dei Consigli di Amministrazione controllino meglio l’operato della propria banca al fine di evitare situazioni di crisi? Un buon sistema per incentivare un maggiore controllo, almeno in Italia, potrebbe essere quello di far perdere, in caso di fallimento, il requisito di onorabilità ai membri del CdA, necessario per poter amministrare un istituto bancario. Questo assicurerebbe in primo luogo che lo stesso amministratore responsabile di un fallimento non possa trovarsi nuovamente nell’amministrazione di un altro istituto bancario e contemporaneamente che, se da un lato gli investitori devono stare attenti a dove indirizzano i loro risparmi, dall’altro gli amministratori devono assumersi per primi le responsabilità laddove l’istituto sotto il loro controllo fallisca.

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