Il Decreto Dignità riduce i posti di lavoro: tra 10 anni 80mila occupati in meno

Nella relazione tecnica allegata al testo del Decreto Dignità si prevedono 80mila occupati in meno nel 2028; la colpa è delle nuove regole sui contratti a termine.

Il Decreto Dignità riduce i posti di lavoro: tra 10 anni 80mila occupati in meno

Il Decreto Dignità è stato presentato dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico come la “Waterloo del lavoro precario”; tuttavia alla fine dei conti potrebbe rappresentare la “Caporetto dell’occupazione”.

Non si tratta di previsioni prive di fondamento: è la stessa relazione tecnica allegata al Decreto Dignità - appena vidimato dal MEF - a confermarlo.

Qui, infatti, si legge che tra 10 anni per effetto del Decreto Dignità ci saranno 80.000 occupati in meno; nel dettaglio, l’occupazione si ridurrà di 8mila unità l’anno fino al 2028.

Ma qual è il motivo per cui un decreto che in realtà dovrebbe migliorare il mercato del lavoro finisce per peggiorarlo (almeno per quel che riguarda i numeri)? Il problema sta nella norma che riduce il termine per i rinnovi dei contratti a tempo determinato, la quale avrà un impatto negativo sull’occupazione.

Perché con il Decreto Dignità ci saranno meno occupati

Come spiegato pochi giorni fa, tra le novità del Decreto Dignità c’è quella che introduce delle regole più restrittive per i rinnovi dei contratti a tempo determinato.

La durata massima del rapporto di lavoro regolato con contratto a termine, infatti, non potrà essere superiore ai 24 mesi (rinnovi compresi), mentre oggi il limite è di 36 mesi. Inoltre nell’arco dei 24 mesi il contratto potrà essere rinnovato per sole 4 volte (oggi il limite è pari a 5).

Un’altra norma che potrebbe avere effetti negativi sull’occupazione è quella che reintroduce le causali per il rinnovo dopo i primi 12 mesi di contratto. In poche parole l’azienda dovrà motivare la sua decisione di rinnovare il contratto a termine piuttosto che far firmare al dipendente un contratto a tempo determinato, con il rischio che la proroga venga contestata per insufficienza di motivazioni. A queste si aggiunge l’aggravio contributivo dello 0,5% che scatterà ad ogni rinnovo.

Quanto appena detto giustifica il calo di 8mila occupati l’anno: come si evince dai dati del Ministero del Lavoro, infatti, oggi sono circa 2 milioni i contratti a termine attivati ogni anno, di cui il 4% supera i 24 mesi (e di conseguenza non potranno essere rinnovati in caso di entrata in vigore del Decreto Dignità).

In totale siamo ad 80mila, e secondo quanto stimato dal Governo, ogni anno se ne perderà il 10%, con 8mila occupati in meno fino al 2028.

Queste le stime fatte dall’Esecutivo, che probabilmente sono anche fin troppo ottimiste vista la realtà del mercato del lavoro. Senza dimenticare poi che il Decreto Dignità introduce anche altri disincentivi per i rinnovi dei contratti a termine e non è detto che l’azienda preferirà l’assunzione a tempo indeterminato all’interruzione del rapporto di lavoro.

Incentivi per l’occupazione

Secondo le previsioni dell’Esecutivo, quindi, il 10% dei contratti a tempo determinato ogni anno andranno persi, mentre il restante 90% sarà stabilizzato.

Anche se non si tratta di numeri elevati (stiamo parlando di 80mila occupati in 10 anni) questa stima fa comunque discutere: l’obiettivo dichiarato del Governo del cambiamento, infatti, è quello di incrementare l’occupazione non di ridurla.

È importante sottolineare però che questa previsione non tiene conto dei possibili incentivi per facilitare la transizione alla stabilità annunciati da Di Maio ma al momento non presenti nel testo del Decreto Dignità. Il Ministro del Lavoro, infatti, conta di ridurre ulteriormente la suddetta percentuale introducendo degli incentivi economici per le aziende che trasformano i contratti da tempo determinato a indeterminato.

Questi dovrebbero essere aggiunti al Decreto con il passaggio in Parlamento, e ciò potrebbe limitare gli svantaggi per l’occupazione provocati dalle nuove regole sui contratti a tempo determinato.

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