Credito alle PMI: la sfida che decide il futuro del tessuto produttivo italiano

Salvatore Casolaro

11 Settembre 2025 - 11:30

Un’indagine in più puntate sulle fonti di finanziamento per le imprese italiane e le criticità nell’erogazione del credito.

Credito alle PMI: la sfida che decide il futuro del tessuto produttivo italiano

Francesco 51 anni, è titolare di un’impresa agroalimentare in Campania. Ha proseguito l’attività avviata dal padre, migliorando costantemente la qualità del prodotto: ha ottenuto tutte le certificazioni di qualità previste, di sicurezza alimentare e igiene garantendo la tracciabilità e l’autenticità della materia prima. Nonostante un costante aumento del fatturato - oltre il 20% negli ultimi 5 anni, grazie anche all’apertura di mercati in Europa (principalmente in Germania e Francia) - la sua impresa sta incontrando alcune difficoltà, dovute anche alla situazione congiunturale. I margini reddituali si sono abbassati e questo sta complicando l’accesso alle fonti di finanziamento.

«A gennaio ci siamo messi alla ricerca di un finanziamento di 2 milioni di euro per un nuovo impianto di lavorazione — spiega — che ci avrebbe consentito di ridurre gli scarti di quasi il 15%. Le banche con cui attualmente operiamo mi hanno comunicato che avevo già raggiunto il tetto massimo di fido concedibile ed altre a cui mi sono rivolto vogliono tassi intorno al 5% ma solo in presenza di garanzie ipotecarie e con durata breve; nel frattempo sto perdendo commesse e la liquidità diminuisce perché anche i clienti pagano con scadenze elevate».

Questo primo articolo introduce un’inchiesta in 5 puntate che Money.it dedica al rapporto tra PMI e credito. Nelle prossime uscite saranno analizzati opportunità, ostacoli e rischi del sistema attuale di finanziamento a questa categoria di imprese, con dati, testimonianze e scenari.

Il quadro generale

In Italia le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale dell’economia. Oltre il 99% delle aziende italiane rientra infatti in questa categoria (meno di 250 addetti), un universo produttivo che conta tra 4 e 5 milioni di unità e dà lavoro a più di 13 milioni di persone. In termini di PIL e di occupazione il loro peso sfiora il 90%. Eppure il futuro di questo sistema diffuso e vitale resta appeso a una variabile sempre più incerta: l’accesso al credito.
Negli ultimi due anni le condizioni di finanziamento si sono irrigidite come non accadeva da tempo. La stretta monetaria della BCE, i criteri di selezione più severi adottati dagli istituti di credito e i margini operativi più ridotti delle imprese hanno trasformato il rapporto tra banche e PMI in una corsa a ostacoli. Ora, però, il quadro complessivo dà qualche segnale di cambiamento. E’ una situazione ancora in chiaro scuro, con poche luci e molte ombre, soprattutto in relazione alle tensioni geopolitiche in atto. Banca d’Italia (Bollettino n. 3/2025) evidenzia che I tassi sui nuovi prestiti sono scesi a livelli medi intorno al 3,6–3,7% tra maggio e giugno 2025 ma questo beneficio si è concretizzato soprattutto per i finanziamenti di grosso importo penalizzando quelli di importo contenuto. Nel primo semestre del corrente anno il volume dei finanziamenti concessi alle imprese è tornato a crescere su base annua, segnale di un’inversione che si era già intravista in primavera. Le banche hanno allentato lievemente i criteri di offerta e la domanda è ripartita, soprattutto tra le aziende più grandi; per quelle micro e piccole l’accesso resta però più selettivo, con oneri più alti soprattutto se ubicate nel Mezzogiorno. Al Sud, infatti, permangono problemi strutturali — minore capitalizzazione media, maggior peso dell’economia informale, reti di garanzie fidejussorie meno sviluppate che si traducono in tassi più elevati, maggiori richieste di garanzie reali e una maggiore esposizione al rischio di esclusione finanziaria.

Perché il credito è vitale

È in questo equilibrio sottile — tra tassi in discesa, domanda che riparte a macchia di leopardo e filtri ancora severi — che si gioca il nuovo ciclo del credito per le PMI italiane. Per molte di loro, il finanziamento esterno non è un’opzione ma una condizione per sopravvivere e crescere: la capacità di autofinanziarsi è spesso limitata (bilanci patrimonialmente leggeri, margini sottili), mentre gli investimenti necessari per innovare, digitalizzare o aprire mercati esteri richiedono risorse immediate. Senza credito le imprese rallentano gli investimenti in macchinari, ricerca e internazionalizzazione, rinviano l’assunzione di personale qualificato e faticano a gestire i picchi di circolante dovuti a tempi di incasso lunghi. Questo meccanismo spiega perché le oscillazioni nell’offerta di credito hanno effetti amplificati sulla crescita e sull’occupazione. Mentre le grandi aziende riescono a intercettare risorse con relativa facilità, le PMI restano intrappolate in una spirale di richieste di garanzie aggiuntive, istruttorie più lunghe e condizioni meno vantaggiose.

Banche ed aiuti statali: la stretta

Le banche valutano le imprese con una combinazione di metriche quantitative (redditività, flussi di cassa previsionali, leva finanziaria, rating interno) e qualitative (organizzazione interna, esperienza del management, settore, prospettive di mercato). Dopo il periodo di crisi, gli istituti hanno ulteriormente rafforzato i processi di analisi del merito creditizio, allargando il campo di indagine su aspetti di compliance (Durc, antiriciclaggio, verifica fiscale): questo ha innalzato i costi di istruttoria e allungato i tempi di decisione. La scorciatoia è rappresentata, come sempre, dalle garanzie richieste (ipoteche, fideiussioni personali, controgaranzie di Confidi) che diventano la leva principale per ridurre rischio e tempi ma aumentano i costi. Per le PMI, che necessitano di risposte rapide, il trade-off fra costi e rapidità resta centrale.
Parallelamente i vincoli imposti dal deficit di bilancio ha indotto il Governo a rafforzare i controlli e rendere più selettivo l’accesso a forme di sostegno al credito, in particolare sui prestiti garantiti dal Fondo Centrale di Garanzia e sulle garanzie agevolate erogate da SACE. Da un lato l’obiettivo è ridurre l’esposizione eccessiva dello Stato con operazioni ad alto rischio e garantire la sostenibilità nel medio periodo; dall’altro, selezionare meglio le imprese beneficiarie, privilegiando quelle con bilanci solidi e piani di investimento credibili.
Gli effetti sulle imprese sono immediati e concreti. Le PMI con rating più basso o minori garanzie proprie incontrano maggiori difficoltà ad accedere al credito pubblico, mentre aumentano i tempi di istruttoria e le condizioni richieste dagli istituti di credito. Di fatto, la restrizione spinge molte imprese a cercare alternative più costose o complesse, rallentando investimenti in innovazione, internazionalizzazione e sviluppo di filiere produttive. Per alcune realtà, soprattutto microimprese e start-up, la riduzione della copertura pubblica rappresenta un vero ostacolo alla crescita e alla competitività, accentuando le differenze territoriali tra Nord e Sud e tra settori più o meno capital intensive.

Crescere o sopravvivere?

Il credito resta quindi il tallone d’Achille delle PMI italiane: senza flussi finanziari adeguati, anche le imprese solide e in crescita rischiano di frenare investimenti, innovazione e internazionalizzazione. La stretta sugli aiuti pubblici, le garanzie più selettive e le condizioni più rigide imposte dagli istituti di credito accentuano questa pressione, rendendo cruciale la capacità delle imprese di pianificare e gestire il capitale circolante in modo efficiente. Quali sono allora le possibilità ed alternative di finanziamento per le PMI?

Nella prossima puntata entreremo nel cuore del rapporto tra banche e PMI, analizzando come gli intermediari valutano la rischiosità, quali strumenti di garanzia vengono privilegiati e quali differenze territoriali e settoriali condizionano concretamente l’accesso al credito. Un’analisi che aiuterà a comprendere non solo i numeri, ma anche le dinamiche reali che decidono chi può crescere e chi resta ai margini del mercato.